Puro Hotel and ristorant

Il marchio alberghiero polacco PURO Hotels è noto per il suo approccio progettuale, che intreccia passato e presente filtrando la storia e la cultura di ogni location, attraverso il lavoro di artisti e designer contemporanei.

Il Centro Storico di Cracovia, recentemente rinnovato non fa eccezione, accogliendo viaggiatori culturalmente consapevoli in interni curati che incanalano il fascino vintage dei caffè interbellici di Cracovia e del patrimonio architettonico modernista della città.

Caratterizzato da una vasta gamma di opere d’arte di una giovane generazione di artisti con stretti legami con la comunità creativa di Cracovia, l’hotel rinnovato è un vivace centro di arte e design, nonché un luogo elegante e confortevole in cui soggiornare.

Inaugurato nel 2013, vicino al centro storico di Cracovia e a pochi passi dalla stazione ferroviaria, l’hotel è stata la prima avventura di PURO in città, mentre una seconda sede è stata aperta anni dopo nel quartiere alla moda di Kazimierz. Per la sua ristrutturazione, Paradowski Studio. ha tratto ispirazione dal patrimonio culturale della città, e in particolare dall’opulenza chic dei suoi caffè e dal modernismo di iconici monumenti dell’era sovietica. Lo Studio ha armoniosamente miscelato le più disparate fonti di ispirazione, adottando un linguaggio di design austero di linee pulite e geometrie semplici, e abbinandolo con l’artigianato contemporaneo come espresso da una ricca tavolozza di materiali come il rovere naturale, pietra, vetro e ceramiche di manifattura polacca. sono presenti inoltre un’eclettica selezione di mobili modernisti e contemporanei che vanno da marchi del patrimonio come &Tradition, Artek, Carl Hansen & Sến e Cassina, a relativi nuovi arrivati come Massproductions, Wästberg, Dirk Vander Kooij, Areti, Verpan, Bocci, Friends & Founders e Tom Dixon.

Flowers Winery

Situato in un boschetto di sequoie nel cuore della Napa Valley in California, a breve distanza dal centro di Healdsburg nella contea di Sonoma, la cantina Flowers Vineyard & Winery è dedicata alla celebrazione di vino, cibo e natura. House of Flowers è un paradiso di raffinatezza senza pretese che riunisce insieme i vini prodotti in modo sostenibile e la bellezza naturale all’interno di una proprietà di circa 15,5 acri. Destinato alla recettività, oltre che alla sua attività vitivinicola, Flowers Vineyard & Winery è caratterizzata da spazi di a sedere sia all’interno che all’esterno con ampi giardini e un grande uso di materiali naturali. , Progettato, in collaborazione con Maca Huneeus Design e Nelson Byrd Woltz Landscape Architects, come un luogo per celebrare l’amicizia attraverso l’esperienza degustativa del vino.

I fondatori dell’azienda, Joan e Walt Flowers, pionieri della coltivazione dei vitigni Pinot Nero e Chardonnay sulle aspre coste al largo dell’Oceano Pacifico, negli ultimi 30 anni hanno continuato a spingersi oltre i confini della loro vinificazione. Il loro desiderio di condividere i loro vini costieri all’interno di un ambiente che esprimeva la loro etica naturale li ha portati a rilevare una cantina deteriorata costruita a metà degli anni ’70 a Healdsburg con l’obiettivo di “creare un ambiente in cui gli ospiti si sentano come se stessero entrando a casa.

L’approccio degli architetti alla ristrutturazione della cantina fatiscente era “ingannevolmente semplice”. In questo modo, gli edifici industriali si sono arricchiti di un’atmosfera contemporanea, creando nuovi percorsi e ampliando i giardini permettendo agli ospiti di godere dei vini sia all’interno che all’esterno.

Come spiega Brooks Walker, a capo della Walker Warner Architects, si trattava di lasciare che “la natura dominasse e usasse l’architettura per incorniciare l’esperienza”.

La decisione di rimodellare le strutture industriali esistenti, piuttosto che demolire e ricostruire, non è stata semplice. L’edificio doveva mantenersi allineato con l’impegno ecologista e sostenibile richiesta dai proprietari della cantina. La Flowers Vineyard & Winery si presenta rivestita da tavole di sequoia tinte di un nero ombra, come riflesso della profonda ombra delle sequoie circostanti, che infonde un fascino rustico e un’eleganza delicata agli edifici facendoli apparire poco evidenti e consentire al paesaggio di diventare il focus.

All’interno, l’uso onnipresente di legno di cipresso sbiancato per rivestimenti murali e soffitti in combinazione con la luce proveniente da finestre e lucernari, crea spazi luminosi e stabilendo una sorta di yin-yang nel suo rapporto tra esterno e interno. Gli ospiti sono accolti in un ambiente familiare di sobria eleganza, completo di soggiorno, zona pranzo, biblioteca e giardino d’inverno, nonché un ampio patio e spazi privati per gli ospiti VIP.

Avvolti dai toni chiari del cipresso sbiancato e caratterizzati da una tavolozza elementare di materiali naturali come legno, biancheria, lana e ceramica, gli interni evocano un’autentica atmosfera country ma allo stesso tempo sono perfettamente moderni. Le ampie vedute dei giardini ancora una volta esaltano l’intimo legame tra interno ed esterno, così come i pezzi vintage e gli arredi su misura come le librerie in frassino, cipresso e acciaio e la panca tinta nera in noce californiano.

cucinare facile con IKEA

“Per dimostrare alle persone che essere creativi in cucina può essere deliziosamente facile, abbiamo creato la serie IKEA Cook This Page Parchment Paper Recipe. Durante l’evento IKEA, i manifesti di ricette stampati su carta da forno sono stati collocati nei negozi IKEA di tutto il Canada. La gente potrebbe portarli a casa, riempire gli spazi vuoti, arrotolarli, cucinarli e mangiarli! I bianchi degli ingredienti misurati aiutavano le persone a determinare quanta salsa, sale o condimento aggiungere. Ogni ricetta incorporava cibo e articoli da cucina IKEA.”

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Anthony Chelvanathan, art director/designer/illustrator
Steve Persico, writer
Lisa Greenberg, creative director
Anthony Chelvanathan/Steve Persico, group creative directors
Judy John, chief creative officer
Arash Moallemi, photographer
Robin Osmond, graphic artist
David Nakata, editor
Grayson Matthews, music company
Jonathan Lajoie, videographer
Matthew Kimura, stylist
Gord Cathmoir/Anne Peck/Carly Price, print producers
Tahir Ahmad/Brent Nelsen, strategic planners
Allison Litzinger/Emily Robinson/Rebecca Simon, strategists
Alexandra Postans, agency producer
Franca Piacente, executive producer
Papertec Inc./Trade Graphics By Design Inc., production companies
Leo Burnett Toronto, ad agency
IKEA Canada, client

Universal Sandwiches

Designers Dschwen

Progetto:Poster
Risultati: Fotografia, Concepting, Design

Concept:Riunire le persone insieme, con hamburger e design.

INTUIZIONE

“Mcdonald’s è universale. 35.000 sedi in 118 paesi, con più di 65 milioni di clienti al giorno. Eccellere su tale scala astronomica pone la sfida altrettanto considerevole di mantenere la coerenza del marchio, restare attraenti per i clienti che rappresentano praticamente ogni demografica immaginabile. Quando ci è stato chiesto di creare manifesti per le nuove sedi di Mcdonald’s a Dubai, abbiamo tratto l’ispirazione da uno dei nostri progetti che era diventato virale su scala globale nel 2013”.


IDEA

“Avvicinandoci al progetto, abbiamo abbracciato l’incredibile internazionalismo di Dubai come un’opportunità di design. La città di 2,5 milioni di persone è un importante centro internazionale, così abbiamo creato manifesti che trascendono la cultura e facciano pensare a casa, non importa dove si trova casa. Ispirati dal successo del nostro progetto #Pantonepairings, abbiamo suddiviso tre iconici panini Mcdonald’s in campioni di ingredienti. Un marchio universale merita un’attrattività universale”.

per informazioni su questo ed altri progetti:

McDonald’s

cibo-archeologia: Thermopolium di Pompei

Riporto un articolo preso dal sito Fame di Sud. Lo trovate in forma completa all’indirizzo: https://www.famedisud.it/a-pompei-riemerge-unantico-luogo-di-ristoro-con-i-suoi-bellissimi-affreschi/?fbclid=IwAR0WUqm1Yv3VWnHRq8beruOXQqsEUGGYBS2ZrkTZ99KGM9cnlHMM7qITwV0

di Redazione FdS

Pompei: a riemergere, questa volta, è la parte ancora sepolta del Thermopolium della Regio V, una delle numerose rivendite di cibo pronto per il consumo (una sorta di antenato dei nostri fast food) che costellavano la città vesuviana (se ne contano una ottantina). I termopoli, dove si servivano bevande e cibi caldi, come indica il nome di origine greca, conservati in grandi dolia (giare) incassati nel bancone in muratura, erano infatti molto diffusi nel mondo romano, dove era abitudine consumare il prandium (il pasto) fuori casa.
 
Scorcio del thermopolium della V Regio, Pompei - Ph. © Luigi Spina

Scorcio del thermopolium della V Regio, Pompei – Ph. © Luigi Spina

Lo scavo del thermopolium della Regio V è iniziato nel 2019 ma finalmente l’ambiente è riaffiorato per intero con altre ricche decorazioni di nature morte, rinvenimenti di resti alimentari, ossa di animali e di vittime dell’eruzione. Un ennesimo “fermo immagine” della città sepolta. A colpire è soprattutto la lucentezza dei colori che, al netto delle lacune provocate dal tempo, ci parlano del gusto per l’immagine evocativa così caro agli antichi al punto da caratterizzare pressoché ogni tipo di spazio.
 
La presunta insegna del thermopolium, Pompei - Ph. © Luigi Spina

La presunta insegna del thermopolium, Pompei – Ph. © Luigi Spina

L’impianto commerciale era stato indagato solo in parte durante gli interventi del Grande Progetto Pompei, ma considerate l’eccezionalità delle decorazioni (era già emersa l’immagine della Nereide su ippocampo e delfini che decora il fronte del banco di vendita e l’illustrazione della bottega stessa alla stregua di un’insegna commerciale) e al fine restituire la completa configurazione del locale, ubicato nello slargo all’ incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi, si è deciso estendere il progetto e di portare a termine lo scavo dell’intero ambiente.

 Di fronte al termopolio, nella piazzetta antistante, erano già emerse una cisterna, una fontana, e una torre piezometrica (per la distribuzione dell’acqua), dislocate a poca distanza dalla bottega già nota per l’affresco dei gladiatori in combattimento.
 
Affresco del bancone con  Nereide su ippocampo con delfini - Ph. © Luigi Spina

Affresco del bancone con Nereide su ippocampo con delfini, Thermopolium Regio V, Pompei – Ph. © Luigi Spina

Le decorazioni del bancone si sono dunque arricchite di altre immagini, come quelle presenti sull’ultimo braccio di bancone portato alla luce: scene di nature morte e rappresentazioni di animali, probabilmente macellati e venduti nel locale.
 
Natura morta con anatre germane, thermopolium, Pompei - Ph. © Luigi Spina

Natura morta con anatre germane, thermopolium, Pompei – Ph. © Luigi Spina

Frammenti ossei, pertinenti gli stessi animali, sono stati inoltre rinvenuti all’interno di recipienti ricavati nello spessore del bancone contenenti cibi destinati alla vendita.
 
Particolare del gallo raffigurato sul bancone del thermopolium, Pompei - Ph. © Luigi Spina

Particolare del gallo raffigurato sul bancone del thermopolium, Pompei – Ph. © Luigi Spina
 
Part. del cane e dell'iscrizione sbeffeggiante - Ph. © Luigi Spina

Part. del cane e dell’iscrizione di scherno – Ph. © Luigi Spina

Nel termopolio è stato inoltre rinvenuto diverso materiale da dispensa e da trasporto: nove anfore, una patera di bronzo, due fiasche, un’olla di ceramica comune da mensa. Il piano pavimentale di tutto l’ambiente è costituito da uno strato di cocciopesto (rivestimento impermeabile composto da frammenti in terracotta), in cui in alcuni punti sono stati inseriti frammenti di marmi policromi (alabastro, portasanta, breccia verde e bardiglio).
 
Alcune delle anfore ritrovate nel thermopolium - Ph. © Luigi Spina

Alcune delle anfore ritrovate nel thermopolium – Ph. © Luigi Spina

“Oltre a trattarsi di una ulteriore testimonianza della vita quotidiana a Pompei – dichiara Massimo Osanna, Direttore Generale ad interim del Parco archeologico di Pompei -, le possibilità di analisi di questo termopolio sono eccezionali, perché per la prima volta si è scavato un simile ambiente per intero ed è stato possibile condurre tutte le analisi che le tecnologie odierne consentono. I materiali rinvenuti sono stati, infatti, scavati e studiati sotto ogni aspetto da un team interdisciplinare composto da: antropologo, fisico, archeologo, archeobotanico, archeozoologo, geologo, vulcanologo. I materiali saranno ulteriormente analizzati in laboratorio e in particolari i resti rinvenuti nei dolia (contenitori in terracotta) del bancone, rappresenteranno dei dati eccezionali per capire cosa veniva venduto e quale era la dieta alimentare”.
 
Il bancone del thermopolium, Pomepi - Ph. © Luigi Spina

Scorcio d’insieme del bancone del thermopolium, Pomepi – Ph. © Luigi Spina

PRIMI ESITI DELLE ANALISI DEI REPERTI

Le prime analisi confermano come le pitture sul bancone rappresentino, almeno in parte, i cibi e le
bevande effettivamente venduti all’interno del termopolio: un frammento osseo di anatra è stato rinvenuto all’interno di uno dei contenitori, insieme a suino, caprovini, pesce e lumache di terra, testimoniando la grande varietà di prodotti di origine animale utilizzati per la preparazione delle pietanze. D’altro canto, le prime analisi archeobotaniche hanno permesso di individuare frammenti di quercia caducifoglie, probabilmente pertinente a elementi strutturali del bancone. Sul fondo di un dolio – identificato come contenitore da vino sulla base della bottiglia per attingere rinvenuta al suo interno – è stata individuata la presenza di fave, intenzionalmente frammentate/macinate. Apicio nel suo De re Coquinaria (I,5) ce ne fornisce il motivo, asserendo che venivano usate per modificare il gusto e il colore del vino, sbiancandolo.
 
I dolia incassati nel bancone del thermopolium, Pompei - Ph. © Luigi Spina

I dolia incassati nel bancone del thermopolium, Pompei – Ph. © Luigi Spina

 
Il gallo, thermopolium, Pompei - Ph. © Luigi Spina

Affresco col gallo, thermopolium, Pompei – Ph. © Luigi Spina


 

Goccia Container di Giuliano Ricciardi

Una Boa sospesa a mezz’aria, punto di riferimento come il focolare domestico, luogo di aggregazione, di riflessione, Goccia ne rappresenta una visione contemporanea. Questi contenitori, la cui forma ricorda idealmente quella di una goccia, possono essere utilizzati per vari scopi, infatti il materiale ceramico oltre a renderlo adatto a contenere alimenti, ne consente l’utilizzo sia in interno che in esterno. Dotati di calda luce led bianca, questi contenitori diventano diffusori di luce soffusa, creando la giusta atmosfera per l’ambiente circostante. Goccia è disponibile in 3 misure, la più grande delle quali può essere completata da un piano in rovere. Forma organica per un contenitore sospeso si presenta come un pensiero sospeso. La lavorazione ceramica è fatta al tornio per il corpo dei 3 contenitori mentre una macchina per la lavorazione del legno CNC è stata usata per la parte superiore in legno della palude.

CARATTERISTICHE TECNICHE:
Il piccolo – dimensioni: 200 x 200 x 400 Il mezzo – dimensioni: 300 x 300 x 600 Il grande – dimensioni: 400 x 400 x 800 Il piano in legno (opzionale): dimensioni 1000 x 1000 x 30

SINTESI DELLA RICERCA:
Le nuove tecnologie, come smartphone, tablet, ecc., tendono a isolarci fisicamente sulla base di un social network che viaggia. La reazione a questo isolamento è “Goccia” che favorisce un riavvicinamento come è avvenuto in passato con il camino o la TV più recente. La prima difficoltà è stata riscontrata durante la lavorazione manuale del prototipo, perché non è facile lavorare l’argilla sul tornio per riprodurre esattamente una forma organica, in 3 diverse scale. Dovevo considerare anche il peso e le caratteristiche della ceramica Volevo un sistema che fosse allo stesso tempo semplice per la manutenzione e visibilmente minimo per le sospensioni. A questo scopo è stato realizzato un tronco di cono di legno, che si inserisce nel collo del contenitore grazie al proprio peso, al quale è agganciata la corda. Il portalampada, alimentato da un cavo elettrico decorativo, è fissato allo stesso elemento in legno.

“Wu Taiyo Restaurant”

Il  “Wu Taiyo Restaurant” di  Via Adige a Milano, premiato, in particolare, per la sua illuminazione al “Restaurant & Bar Design Awards” non ha a che fare infatti con uova cibernetiche o stagionature di parmigiani vari, ma riguarda invece un aspetto meno immediato del semplice cibo, ma non per questo meno importante: l’ambiente. Osservando le immagini dell’atmosfera e del mood che è riuscito a creare il giovane architetto Maurizio Lai, possiamo ben comprenderne le motivazioni. Geometrie avvolgenti, sprazzi di luce, specchi che si rincorrono, contrasti e giochi di colore, richiami di acciaio e vetro magistralmente coniugati con materiali più caldi, spalliere in legno e comode sedute imbottite per avvolgere il visitatore in un‘atmosfera calda e accogliente ma nello stesso tempo ariosa e leggera. A buon titolo quindi il Taiyo Restaurant è stato inserito nella classifica inglese, unico tra tutti i ristoranti italiani.

taiyo milano
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taiyo milano

“Coltivare ” la carne in casa

Un gruppo di scienziati e designer americani ha sviluppato un concept kit per auto “coltivare” bistecche da far crescere in casa e che utilizza cellule umane e sangue. L’Ouroboros Steak, questo il nome del progetto, potrebbe essere “coltivata” dal commensale a casa usando le proprie cellule, che vengono raccolte dall’interno di una tasca gelatinosa e e nutrite con siero derivato da sangue donato e ormai scaduto.

I pezzi di carne, attualmente esposti come prototipi alla mostra “Beazley Designs of the Year”, sono creati interamente in laboratorio e senza causare danni agli animali. Nonostante l’industria della carne “coltivata” in laboratorio affermi di offrire un’alternativa più sostenibile e senza crudeltà all’allevamento in fabbrica, il processo si basa ancora sul siero fetale bovino (FBS) come integratore di crescita, poichè ricco di proteine, per le colture di cellule animali.

La FBS, che costa tra le 300 e le 700 sterline al litro, deriva dal sangue dei feti di vitello dopo che le loro madri incinte vengono macellate dall’industria della carne o del latte. Quindi la carne di laboratorio rimane un sottoprodotto delle pratiche agricole inquinanti, proprio come la carne normale.

“Il siero fetale bovino costa una quantità significativa di denaro e la vita degli animali”,

ha detto lo scienziato Andrew Pelling, che ha sviluppato l’Ouroboros Steak con il designer industriale Grace Knight e l’artista e ricercatore Orkan Telhan.

“Anche se alcune aziende produttrici di carne di laboratorio sostengono di aver risolto questo problema, nessuno studio scientifico indipendente e peer-reviewed ha convalidato queste affermazioni”,

ha continuato Pelling.

“Mentre l’industria della carne “coltivata” in laboratorio si sta sviluppando rapidamente, è importante sviluppare disegni che espongono alcuni dei suoi vincoli sottostanti al fine di vedere oltre l’hype.”

Ouroboros Steak, dal nome dell’antico simbolo del serpente che si mangia la coda, elimina il bisogno di altri animali attingendo esclusivamente al sangue umano e alle cellule. La versione esposta al Design Museum di Londra è stata realizzata utilizzando colture cellulari umane, che possono essere acquistate per scopi di ricerca e sviluppo dall’American Tissue Culture Collection (ATCC). Sono stati alimentati con siero umano derivato da donazioni di sangue scaduto che altrimenti sarebbero stati scartati o inceneriti.
La bistecca cresciuta da cellule umane di Andrew Pelling, Orkan Telhan e Grace Knight in mostra come parte di Improbabile Futures al Philadelphia Museum of Art
Il kit grow-it-yourself include le impalcature del micelio e il siero umano. Come parte del kit fai da te, il team immagina gli utenti che raccolgono le cellule dall’interno della propria guancia utilizzando un tampone di cotone e depositandole su impalcature precotte fatte con micelio a fungo. Per circa tre mesi, questi vengono conservati in un ambiente caldo come un forno a bassa temperatura e alimentati con siero umano fino a quando la bistecca è completamente cresciuta.

“Il sangue umano scaduto è un materiale di scarto nel sistema medico ed è più economico e sostenibile rispetto alla FBS, ma culturalmente meno accettato. La gente pensa che mangiare se stessi sia cannibalismo, anche se che tecnicamente non è questo”,

ha detto Knight.

“Il nostro design è scientificamente ed economicamente fattibile, ma anche ironico in molti modi”,

ha aggiunto Telhan.

“Non stiamo promuovendo ‘mangiare noi stessi’ come una soluzione realistica che risolverà le esigenze proteiche degli esseri umani. Ci poniamo piuttosto una domanda: quali sarebbero i sacrifici di cui abbiamo bisogno per poter continuare a consumare carne al ritmo che siamo? In futuro, chi potrà permettersi carne animale e chi non avrà altra scelta che coltivare carne da se stesso?”

Cibo-Paesaggio

Cibo, paesaggio, architettura, archivi sono i quattro termini scelti per la Giornata nazionale degli archivi di architettura del 2015, promossa da AAA/Italia, Associazione nazionale Archivi di Architettura contemporanea e giunta con successo sempre crescente alla sua quinta edizione. L’Associazione conta oltre centocinquanta soci distribuiti su tutto il territorio nazionale e da gennaio 2015 è presieduta da Margherita Guccione, direttore del MAXXI Architettura che con il suo Centro Archivi e le sue collezioni è sempre stato un importante soggetto di riferimento.

Pier Luigi Nervi, Autogrill Motta sull'autostrada Padova-Limena, 1961-1966, Archivio Nervi, Collezione MAXXI Architettura
In apertura: Alessandro Anselmi, Servizio da tè in ceramica, 1982, Archivio Anselmi, Collezione MAXXI Architettura; qui sopra: Pier Luigi Nervi, Autogrill Motta sull’autostrada Padova-Limena, 1961-1966, Archivio Nervi, Collezione MAXXI Architettura

A livello internazionale, con l’istituzione della Giornata l’Associazione ha voluto aderire all’International Museum Day ICOM, la Giornata internazionale dei musei ICOM, dedicata quest’anno al tema Museum for a sustainable society/Musei per una società sostenibile. Inoltre, il tema della sostenibilità e le questioni ad esso connesse sono anche centrali nell’ambito dell’Expo di Milano, altro importante appuntamento con cui AAA/Italia ha ritenuto doveroso confrontarsi. Obiettivo dell’iniziativa è stato rintracciare negli archivi di architettura la dimensione storica del rapporto tra cibo e costruzione dello spazio fisico, dall’architettura alla città e al paesaggio del Novecento, anche per evidenziare, dove possibile, spunti e suggestioni lasciati in eredità alla creatività contemporanea, come ad esempio i progetti immaginati da architetti visionari, precursori di alcuni contemporanei e innovativi approcci progettuali sostenibili.

Sergio Musmeci, Sala ristorante dello Stadio del Nuoto, Roma 1959, Archivio Musmeci, Collezione MAXXI Architettura
Sergio Musmeci, Sala ristorante dello Stadio del Nuoto, Roma 1959, Archivio Musmeci, Collezione MAXXI Architettura

Risulta evidente come il tema del cibo, dalla produzione, al consumo e allo smaltimento, investa interamente la dimensione architettonica, urbana e naturale del paesaggio italiano e si possa rileggere nelle diverse tipologie di edifici e di interventi in relazione alla produzione, all’approvvigionamento, alla distribuzione, alla vendita e al consumo, o al turismo e al tempo libero (dalle bonifiche agrarie alle industrie alimentari, dagli orti urbani alle serre, dai mercati ai ristoranti, alle mense, ai bar, alle cucine domestiche fino ad arrivare alla scala ridottissima degli oggetti di design). Inoltre, la relazione tra il settore dell’architettura e quello della produzione degli alimenti ha svolto un ruolo chiave nei processi di progettazione, recupero e trasformazione del paesaggio urbano e naturale, profondamente segnato dallo sviluppo industriale nel Novecento e dall’espansione della città moderna e contemporanea. Dunque il tema interessa anche la riqualificazione di intere parti di città e di territorio che oggi può avvenire in modo sostenibile e qualificato solo attraverso il recupero del patrimonio degradato o abbandonato, sottoutilizzato o caduto in disuso per ragioni economiche, sociologiche, culturali, o per mutate esigenze e nuovi stili di vita. E proprio in relazione a questo AAA/Italia propone una riflessione interdisciplinare, partendo da un approfondito percorso di conoscenza e comprensione delle opere stesse per guardare, in sinergia con altre associazioni culturali e con le istituzioni pubbliche, al recupero del patrimonio costruito in un’ottica di sostenibilità e di riduzione del consumo di suolo.

Casa dell'architettura di Latina, Campo Boario e mostra dei prodotti dell’agro pontino, 1939
Casa dell’architettura di Latina, Campo Boario e mostra dei prodotti dell’agro pontino, 1939

Tra le molte iniziative promosse in occasione della V Giornata nazionale degli Archivi di Architettura, a Roma, il MAXXI Architettura con l’Accademia Nazionale di San Luca, l’Archivio Centrale dello Stato, la Soprintendenza Archivistica del Lazio, la Casa dell’Architettura di Latina e l’Ordine degli Architetti P.P.C di Roma e Provincia ha organizzato un focus di approfondimento sul tema, che ha visto coinvolti non solo i rappresentanti delle singole istituzioni, ma anche la Direzione generale Arte e architettura contemporanee e periferie urbane e la Direzione generale per gli Archivi del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Margherita Guccione ha aperto i lavori della giornata con una riflessione indotta dai ricchissimi materiali emersi negli archivi dei soggetti coinvolti nell’iniziativa romana, che si è tenuta al MAXXI: il patrimonio degli archivi di architettura è ancora oggi largamente misconosciuto, nonostante le sue relazioni con la vita quotidiana e con distinti campi di azione culturale o professionale siano numerosissime e di grande interesse, spesso addirittura fondamentali per lo studio e la comprensione di fenomeni storici, sociali, urbani, artistici anche al di là dell’ambito prettamente architettonico.

ACS Gaetano Minnucci, Mercato del Pesce di Ancona 1957
ACS Gaetano Minnucci, Mercato del Pesce di Ancona, 1957

La centralità del tema è stata sottolineata dalla presenza istituzionale delle due Direzioni generali, rappresentate rispettivamente di Stefano D’Amico e di Elisabetta Reale, peraltro recentemente impegnatesi con un protocollo d’intesa che accoglie al suo interno anche il programma ‘Viaggio nell’Italia del secondo Novecento: dagli archivi all’architettura’, concepito in seno ad AAA/Italia per accrescere la conoscenza del patrimonio architettonico anche ribadendo l’attenzione nei confronti del rapporto tra documenti progettuali e opere costruite.

Pier Luigi Nervi, Sala ristorante dello stabilimento Kursaal al Lido di Castelfusano, Roma 1950, Archivio Nervi, Collezione MAXXI Architettura
Pier Luigi Nervi, Sala ristorante dello stabilimento Kursaal al Lido di Castelfusano, Roma 1950, Archivio Nervi, Collezione MAXXI Architettura

La tavola rotonda che ne è seguita ha ulteriormente ampliato la visione di questo tema dalla poliedrica percezione con salti di scala nello spazio e nel tempo impressionanti: dai marchi di fabbrica per generi alimentari di fine Ottocento conservati all’Archivio Centrale dello Stato e mostrati dall’arch. Flavio Lorello, al tema della sostenibilità ambientale con un doveroso sguardo al futuro sottolineato da chi con un ambiente, l’Agro Pontino, fortemente modificato dall’intervento antropico, si confronta quotidianamente come Ferruccio Bianchini della Casa dell’Architettura di Latina. Elisabetta Reale ha inoltre evidenziato l’importanza della Rete per la documentazione, la diffusione, la gestione del patrimonio archivistico presentando i progetti emersi dalla ricognizione operata nel portale degli Archivi di Architettura, punto di accesso di facile consultazione alle migliaia di informazioni contenute negli archivi storici, conservati in luoghi differenti su tutto il territorio nazionale.

Infine Antonello Alici ha ancora una volta ribadito la dolorosa questione del patrimonio architettonico a rischio e della necessaria sinergia tra tutti i soggetti pubblici e privati coinvolti nell’azione di tutela dell’architettura del Novecento, che non può prescindere dai documenti d’archivio.

Archivo Attilio Lapadula, Progetto del padiglione per l’esposizione agricola, 1953
Archivo Attilio Lapadula, Progetto del padiglione per l’esposizione agricola, 1953

Intensificare il confronto su questi temi non solo tra gli addetti ai lavori, ma anche con l’ambiente accademico e con le realtà imprenditoriali e professionali deve essere un nuovo imperativo per il mondo degli archivi di architettura contemporanea. La chiusura della giornata è stata affidata a due interventi di carattere in un certo senso più intimo, più domestico, per quanto legati a due maestri dell’architettura italiana del Novecento come Mario Ridolfi e Carlo Scarpa. Laura Bertolaccini dell’Accademia Nazionale di San Luca, che conserva l’Archivio Mario Ridolfi, ha presentato l’architetto nella veste assolutamente inusuale di avventore della trattoria La mora a Terni. Un puntuale rilievo architettonico con considerazioni a margine sul camino della cucina della trattoria, realizzato nel corso di uno dei pasti che consumava durante i lavori di costruzione di Casa Lina alla Cascata delle Marmore, è funzionale a Ridolfi per la definizione del suo progetto per la cucina, mostrandoci come l’architettura in senso lato è tanto parte della nostra vita da guidare anche la mano di un architetto che all’architettura stessa dovrebbe dare vita.

A sinistra: Carlo Scarpa, Comprate le mie posate, 1977, Archivio Scarpa, Collezione MAXXI Architettura; a destra: Aldo Rossi, Studio della caffettiera La Conica per Alessi, Archivio Rossi, Collezione MAXXI Architettura

Ha concluso la V Giornata nazionale degli Archivi di Architettura al MAXXI l’ironia coltissima di Carlo Scarpa, autore di ristoranti, bar, mense, cucine domestiche ma anche di tavoli, posate, bicchieri, e grande appassionato di cibo e di vino, di buona compagnia e dei momenti conviviali. Perché un archivio di architettura non è fatto solo di progetti: attraverso carteggi, pubblicazioni, fotografie e documenti diversi restituisce a tutto tondo la figura dell’originario detentore di quei documenti. E dunque anche l’Archivio Carlo Scarpa conservato nelle Collezioni del MAXXI Architettura riflette fedelmente il peculiare temperamento dell’architetto veneziano nel quale piacere e professione, produzione e cultura, cibo e architettura sono tutte espressione di un solo, vivacissimo ingegno che lo porta ad appuntare ironicamente a margine di un suo schizzo: Comprate le mie posate! © riproduzione riservata

Food lab

dal sito: https://fabfood.elledecor.it/#concept

Niente di più necessario, e insieme di più simbolico. Il cibo, al centro dell’azione quotidiana del nutrirsi, è anche piacere, socialità, forma. Un tema dalle mille sfaccettature, che riguarda la sostenibilità ambientale e la salute, fino a coinvolgere i nuovi stili di vita dei luoghi del consumo sia privati che pubblici. Da queste premesse nasce la mostra 2020 di Elle Decor Italia, ancora una volta incentrata sulle relazioni tra analogico e digitale. A causa del lockdown, l’installazione è stata trasferita dalle sale milanesi di Palazzo Bovara nelle stanze virtuali ricreate per l’occasione. Il risultato è un progetto ispirazionale intorno a una materia continuamente in progress. Un percorso che spazia dal senso di responsabilità nei confronti del pianeta all’evoluzione dell’interior design legato alla food experience. Al centro della digital exhibition c’è l’analisi degli spazi dedicati ai riti della tavola e ai nuovi scenari dell’alimentazione, con un concept sviluppato da Vudafieri-Saverino Partners, studio di architettura che in portfolio ha diversi ristoranti innovativi: “Il filo rosso”, dichiarano, “è il racconto del futuro del cibo e di come scegliamo di consumarlo. In un dialogo fra evoluzione culturale, etica e progetto”. Un’evoluzione che le misure di sicurezza imposte dalla pandemia hanno accelerato.
FAB FOOD si focalizza su questi argomenti, anticipando e suggerendo nuovi scenari. Cosa succede al mutare dei riti di socializzazione e di relazione? Quanto fenomeni diffusi come il food delivery stanno modificando i modi di preparazione e di consumo del cibo? In che modo stanno cambiando, ed è urgente che accada, le forme di produzione connesse al problema delle risorse? Le risposte si trovano nella mostra, strutturata lungo un percorso lineare scandito da stanze, ma visitabile liberamente anche con una navigazione su più livelli. I topics riguardano la natura, la nutrizione legata a sostenibilità e salute e, naturalmente, il design. Entrando, il primo luogo che si incontra è Labyrinth, spazio green con angoli dedicati a pause pranzo in relax, protetti da quinte di piante edibili ideate dall’architetto paesaggista Marco Bay.

Segue Future Market, supermercato futuribile dove scoprire le nuove frontiere del cibo e del food design, delineate in collaborazione con Sonia Massari, esperta internazionale in materia.

Tribes, la terza stanza, traccia con ironia la personalità di tre categorie di consumatori attraverso le loro scelte alimentari;

mentre Home, il passo successivo, ci permette di entrare in un ambiente dagli spazi fluidi, non specializzati, che suggeriscono modalità di consumo del cibo libere e non convenzionali. Il racconto si chiude con uno sguardo sulla ristorazione: nello spazio che rappresenta la nuova socialità convivono Cook & Share, un’idea di tavola condivisa ma con la dovuta attenzione alle regole della prossimità, e Slow Good, un’inedita formula di ambiente conviviale, completata da una zona Eat Alone, arredata con librerie e piccoli tavoli per consumare un pasto in solitudine e in totale comfort. Infine, c’è il Ristorante Decor, con una spettacolare installazione in collaborazione con Ginori 1735.
Per completare la user experience, mescolando virtuale e reale, a ognuno dei due ristoranti è collegato un menu da ordinare e ricevere direttamente a domicilio, grazie alla partnership con Maio Cooking Box, azienda specializzata nella ristorazione che propone un food delivery gourmet a Milano e in alcune provincie piemontesi. Da settembre i menu cambieranno, diventando una scelta à la carte ispirata alla filosofia dei nostri ristoranti e alla stagionalità. Oltre ai contributi editoriali, protagonisti di Fab Food sono anche 250 pezzi di design, tutti visualizzabili in 3D, di cui molti sono anteprime delle novità 2020. Non solo, cliccando su ogni singolo oggetto si apre un approfondimento dedicato al prodotto: con video, schede tecniche, informazioni dettagliate e, in alcuni casi, lo zoom sui particolari, oltre al link al sito o all’e-commerce del brand.