Cibo-Paesaggio

Cibo, paesaggio, architettura, archivi sono i quattro termini scelti per la Giornata nazionale degli archivi di architettura del 2015, promossa da AAA/Italia, Associazione nazionale Archivi di Architettura contemporanea e giunta con successo sempre crescente alla sua quinta edizione. L’Associazione conta oltre centocinquanta soci distribuiti su tutto il territorio nazionale e da gennaio 2015 è presieduta da Margherita Guccione, direttore del MAXXI Architettura che con il suo Centro Archivi e le sue collezioni è sempre stato un importante soggetto di riferimento.

Pier Luigi Nervi, Autogrill Motta sull'autostrada Padova-Limena, 1961-1966, Archivio Nervi, Collezione MAXXI Architettura
In apertura: Alessandro Anselmi, Servizio da tè in ceramica, 1982, Archivio Anselmi, Collezione MAXXI Architettura; qui sopra: Pier Luigi Nervi, Autogrill Motta sull’autostrada Padova-Limena, 1961-1966, Archivio Nervi, Collezione MAXXI Architettura

A livello internazionale, con l’istituzione della Giornata l’Associazione ha voluto aderire all’International Museum Day ICOM, la Giornata internazionale dei musei ICOM, dedicata quest’anno al tema Museum for a sustainable society/Musei per una società sostenibile. Inoltre, il tema della sostenibilità e le questioni ad esso connesse sono anche centrali nell’ambito dell’Expo di Milano, altro importante appuntamento con cui AAA/Italia ha ritenuto doveroso confrontarsi. Obiettivo dell’iniziativa è stato rintracciare negli archivi di architettura la dimensione storica del rapporto tra cibo e costruzione dello spazio fisico, dall’architettura alla città e al paesaggio del Novecento, anche per evidenziare, dove possibile, spunti e suggestioni lasciati in eredità alla creatività contemporanea, come ad esempio i progetti immaginati da architetti visionari, precursori di alcuni contemporanei e innovativi approcci progettuali sostenibili.

Sergio Musmeci, Sala ristorante dello Stadio del Nuoto, Roma 1959, Archivio Musmeci, Collezione MAXXI Architettura
Sergio Musmeci, Sala ristorante dello Stadio del Nuoto, Roma 1959, Archivio Musmeci, Collezione MAXXI Architettura

Risulta evidente come il tema del cibo, dalla produzione, al consumo e allo smaltimento, investa interamente la dimensione architettonica, urbana e naturale del paesaggio italiano e si possa rileggere nelle diverse tipologie di edifici e di interventi in relazione alla produzione, all’approvvigionamento, alla distribuzione, alla vendita e al consumo, o al turismo e al tempo libero (dalle bonifiche agrarie alle industrie alimentari, dagli orti urbani alle serre, dai mercati ai ristoranti, alle mense, ai bar, alle cucine domestiche fino ad arrivare alla scala ridottissima degli oggetti di design). Inoltre, la relazione tra il settore dell’architettura e quello della produzione degli alimenti ha svolto un ruolo chiave nei processi di progettazione, recupero e trasformazione del paesaggio urbano e naturale, profondamente segnato dallo sviluppo industriale nel Novecento e dall’espansione della città moderna e contemporanea. Dunque il tema interessa anche la riqualificazione di intere parti di città e di territorio che oggi può avvenire in modo sostenibile e qualificato solo attraverso il recupero del patrimonio degradato o abbandonato, sottoutilizzato o caduto in disuso per ragioni economiche, sociologiche, culturali, o per mutate esigenze e nuovi stili di vita. E proprio in relazione a questo AAA/Italia propone una riflessione interdisciplinare, partendo da un approfondito percorso di conoscenza e comprensione delle opere stesse per guardare, in sinergia con altre associazioni culturali e con le istituzioni pubbliche, al recupero del patrimonio costruito in un’ottica di sostenibilità e di riduzione del consumo di suolo.

Casa dell'architettura di Latina, Campo Boario e mostra dei prodotti dell’agro pontino, 1939
Casa dell’architettura di Latina, Campo Boario e mostra dei prodotti dell’agro pontino, 1939

Tra le molte iniziative promosse in occasione della V Giornata nazionale degli Archivi di Architettura, a Roma, il MAXXI Architettura con l’Accademia Nazionale di San Luca, l’Archivio Centrale dello Stato, la Soprintendenza Archivistica del Lazio, la Casa dell’Architettura di Latina e l’Ordine degli Architetti P.P.C di Roma e Provincia ha organizzato un focus di approfondimento sul tema, che ha visto coinvolti non solo i rappresentanti delle singole istituzioni, ma anche la Direzione generale Arte e architettura contemporanee e periferie urbane e la Direzione generale per gli Archivi del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Margherita Guccione ha aperto i lavori della giornata con una riflessione indotta dai ricchissimi materiali emersi negli archivi dei soggetti coinvolti nell’iniziativa romana, che si è tenuta al MAXXI: il patrimonio degli archivi di architettura è ancora oggi largamente misconosciuto, nonostante le sue relazioni con la vita quotidiana e con distinti campi di azione culturale o professionale siano numerosissime e di grande interesse, spesso addirittura fondamentali per lo studio e la comprensione di fenomeni storici, sociali, urbani, artistici anche al di là dell’ambito prettamente architettonico.

ACS Gaetano Minnucci, Mercato del Pesce di Ancona 1957
ACS Gaetano Minnucci, Mercato del Pesce di Ancona, 1957

La centralità del tema è stata sottolineata dalla presenza istituzionale delle due Direzioni generali, rappresentate rispettivamente di Stefano D’Amico e di Elisabetta Reale, peraltro recentemente impegnatesi con un protocollo d’intesa che accoglie al suo interno anche il programma ‘Viaggio nell’Italia del secondo Novecento: dagli archivi all’architettura’, concepito in seno ad AAA/Italia per accrescere la conoscenza del patrimonio architettonico anche ribadendo l’attenzione nei confronti del rapporto tra documenti progettuali e opere costruite.

Pier Luigi Nervi, Sala ristorante dello stabilimento Kursaal al Lido di Castelfusano, Roma 1950, Archivio Nervi, Collezione MAXXI Architettura
Pier Luigi Nervi, Sala ristorante dello stabilimento Kursaal al Lido di Castelfusano, Roma 1950, Archivio Nervi, Collezione MAXXI Architettura

La tavola rotonda che ne è seguita ha ulteriormente ampliato la visione di questo tema dalla poliedrica percezione con salti di scala nello spazio e nel tempo impressionanti: dai marchi di fabbrica per generi alimentari di fine Ottocento conservati all’Archivio Centrale dello Stato e mostrati dall’arch. Flavio Lorello, al tema della sostenibilità ambientale con un doveroso sguardo al futuro sottolineato da chi con un ambiente, l’Agro Pontino, fortemente modificato dall’intervento antropico, si confronta quotidianamente come Ferruccio Bianchini della Casa dell’Architettura di Latina. Elisabetta Reale ha inoltre evidenziato l’importanza della Rete per la documentazione, la diffusione, la gestione del patrimonio archivistico presentando i progetti emersi dalla ricognizione operata nel portale degli Archivi di Architettura, punto di accesso di facile consultazione alle migliaia di informazioni contenute negli archivi storici, conservati in luoghi differenti su tutto il territorio nazionale.

Infine Antonello Alici ha ancora una volta ribadito la dolorosa questione del patrimonio architettonico a rischio e della necessaria sinergia tra tutti i soggetti pubblici e privati coinvolti nell’azione di tutela dell’architettura del Novecento, che non può prescindere dai documenti d’archivio.

Archivo Attilio Lapadula, Progetto del padiglione per l’esposizione agricola, 1953
Archivo Attilio Lapadula, Progetto del padiglione per l’esposizione agricola, 1953

Intensificare il confronto su questi temi non solo tra gli addetti ai lavori, ma anche con l’ambiente accademico e con le realtà imprenditoriali e professionali deve essere un nuovo imperativo per il mondo degli archivi di architettura contemporanea. La chiusura della giornata è stata affidata a due interventi di carattere in un certo senso più intimo, più domestico, per quanto legati a due maestri dell’architettura italiana del Novecento come Mario Ridolfi e Carlo Scarpa. Laura Bertolaccini dell’Accademia Nazionale di San Luca, che conserva l’Archivio Mario Ridolfi, ha presentato l’architetto nella veste assolutamente inusuale di avventore della trattoria La mora a Terni. Un puntuale rilievo architettonico con considerazioni a margine sul camino della cucina della trattoria, realizzato nel corso di uno dei pasti che consumava durante i lavori di costruzione di Casa Lina alla Cascata delle Marmore, è funzionale a Ridolfi per la definizione del suo progetto per la cucina, mostrandoci come l’architettura in senso lato è tanto parte della nostra vita da guidare anche la mano di un architetto che all’architettura stessa dovrebbe dare vita.

A sinistra: Carlo Scarpa, Comprate le mie posate, 1977, Archivio Scarpa, Collezione MAXXI Architettura; a destra: Aldo Rossi, Studio della caffettiera La Conica per Alessi, Archivio Rossi, Collezione MAXXI Architettura

Ha concluso la V Giornata nazionale degli Archivi di Architettura al MAXXI l’ironia coltissima di Carlo Scarpa, autore di ristoranti, bar, mense, cucine domestiche ma anche di tavoli, posate, bicchieri, e grande appassionato di cibo e di vino, di buona compagnia e dei momenti conviviali. Perché un archivio di architettura non è fatto solo di progetti: attraverso carteggi, pubblicazioni, fotografie e documenti diversi restituisce a tutto tondo la figura dell’originario detentore di quei documenti. E dunque anche l’Archivio Carlo Scarpa conservato nelle Collezioni del MAXXI Architettura riflette fedelmente il peculiare temperamento dell’architetto veneziano nel quale piacere e professione, produzione e cultura, cibo e architettura sono tutte espressione di un solo, vivacissimo ingegno che lo porta ad appuntare ironicamente a margine di un suo schizzo: Comprate le mie posate! © riproduzione riservata

Food lab

dal sito: https://fabfood.elledecor.it/#concept

Niente di più necessario, e insieme di più simbolico. Il cibo, al centro dell’azione quotidiana del nutrirsi, è anche piacere, socialità, forma. Un tema dalle mille sfaccettature, che riguarda la sostenibilità ambientale e la salute, fino a coinvolgere i nuovi stili di vita dei luoghi del consumo sia privati che pubblici. Da queste premesse nasce la mostra 2020 di Elle Decor Italia, ancora una volta incentrata sulle relazioni tra analogico e digitale. A causa del lockdown, l’installazione è stata trasferita dalle sale milanesi di Palazzo Bovara nelle stanze virtuali ricreate per l’occasione. Il risultato è un progetto ispirazionale intorno a una materia continuamente in progress. Un percorso che spazia dal senso di responsabilità nei confronti del pianeta all’evoluzione dell’interior design legato alla food experience. Al centro della digital exhibition c’è l’analisi degli spazi dedicati ai riti della tavola e ai nuovi scenari dell’alimentazione, con un concept sviluppato da Vudafieri-Saverino Partners, studio di architettura che in portfolio ha diversi ristoranti innovativi: “Il filo rosso”, dichiarano, “è il racconto del futuro del cibo e di come scegliamo di consumarlo. In un dialogo fra evoluzione culturale, etica e progetto”. Un’evoluzione che le misure di sicurezza imposte dalla pandemia hanno accelerato.
FAB FOOD si focalizza su questi argomenti, anticipando e suggerendo nuovi scenari. Cosa succede al mutare dei riti di socializzazione e di relazione? Quanto fenomeni diffusi come il food delivery stanno modificando i modi di preparazione e di consumo del cibo? In che modo stanno cambiando, ed è urgente che accada, le forme di produzione connesse al problema delle risorse? Le risposte si trovano nella mostra, strutturata lungo un percorso lineare scandito da stanze, ma visitabile liberamente anche con una navigazione su più livelli. I topics riguardano la natura, la nutrizione legata a sostenibilità e salute e, naturalmente, il design. Entrando, il primo luogo che si incontra è Labyrinth, spazio green con angoli dedicati a pause pranzo in relax, protetti da quinte di piante edibili ideate dall’architetto paesaggista Marco Bay.

Segue Future Market, supermercato futuribile dove scoprire le nuove frontiere del cibo e del food design, delineate in collaborazione con Sonia Massari, esperta internazionale in materia.

Tribes, la terza stanza, traccia con ironia la personalità di tre categorie di consumatori attraverso le loro scelte alimentari;

mentre Home, il passo successivo, ci permette di entrare in un ambiente dagli spazi fluidi, non specializzati, che suggeriscono modalità di consumo del cibo libere e non convenzionali. Il racconto si chiude con uno sguardo sulla ristorazione: nello spazio che rappresenta la nuova socialità convivono Cook & Share, un’idea di tavola condivisa ma con la dovuta attenzione alle regole della prossimità, e Slow Good, un’inedita formula di ambiente conviviale, completata da una zona Eat Alone, arredata con librerie e piccoli tavoli per consumare un pasto in solitudine e in totale comfort. Infine, c’è il Ristorante Decor, con una spettacolare installazione in collaborazione con Ginori 1735.
Per completare la user experience, mescolando virtuale e reale, a ognuno dei due ristoranti è collegato un menu da ordinare e ricevere direttamente a domicilio, grazie alla partnership con Maio Cooking Box, azienda specializzata nella ristorazione che propone un food delivery gourmet a Milano e in alcune provincie piemontesi. Da settembre i menu cambieranno, diventando una scelta à la carte ispirata alla filosofia dei nostri ristoranti e alla stagionalità. Oltre ai contributi editoriali, protagonisti di Fab Food sono anche 250 pezzi di design, tutti visualizzabili in 3D, di cui molti sono anteprime delle novità 2020. Non solo, cliccando su ogni singolo oggetto si apre un approfondimento dedicato al prodotto: con video, schede tecniche, informazioni dettagliate e, in alcuni casi, lo zoom sui particolari, oltre al link al sito o all’e-commerce del brand.

Feudi di San Gregorio

Una delle più importanti visioni di Feudi di San Gregorio è credere che la nascita di un vino abbia lo stesso processo creativo di un’opera d’arte. L’amore e la passione nella cura delle piante, l’impegno nella raccolta dell’uva e la pazienza nell’attesa che il vino sia maturo, fanno sì che ogni bottiglia esprima la sua personalità e diventi un’opera d’arte.

È con questo approccio che nascono le collaborazioni con grandi maestri e giovani di talento, volte a continuare e far crescere la volontà di uno scambio continuo di conoscenza e creatività fra il vino e l’arte. Gli stessi sentimenti ed emozioni conducono il percorso creativo di un artista, che lo porta a realizzare una scultura, uno scatto fotografico, un quadro, un’installazione.

Nel 2001 viene lanciato il progetto di costruzione della nuova cantina: uno spazio unico nel suo genere, che sappia coniugare il gusto per la tradizione e la vocazione contemporanea, e che contempli spazi adeguati per una vinificazione di eccellenza ma anche per il racconto della storia dell’azienda e del suo territorio.
Progetto dall’impatto ambientale minimo e con giardini che si ispirino alla tradizione italiana.
Uno spazio centrale che ospiterà il ristorante aziendale – Marennà (Stella Michelin dal 2009) –punta ad una reinterpretazione contemporanea della cucina tipica irpina e campana.


Ad un progetto così complesso e variegato, collaborano ì professionisti di fama mondiale:
Massimo Vignelli, con la moglie Lella, per disegnare tutti gli interni ma, soprattutto, la giapponese Hikaru Mori e il marito Maurizio Zito per progettare la struttura.
Hikaru disegna una cantina dalle linee essenziali, recuperando i fabbricati pre-esistenti e creando spazi di grande impatto sia all’interno sia nei giardini esterni.
Nasce così una delle prime cantine d’autore in Italia, esposta per ben due volte come eccellenza architettonica alla Biennale di Venezia.

Con l’aiuto della gallerista romana Beatrice Bertini, è nato anche un progetto artistico con lo scopo di creare in situ, grazie ai progetti realizzati dagli artisti durante dei workshop in cantina, una collezione in situ permanente. La prima di queste opere è “Colature” di Vedovamazzei.

per informazioni: https://www.feudi.it/

l’astemia pentita

una cantina Pop

Nel territorio di Barolo, sulla collina dei Cannubi, dove il crinale che ospita i vigneti più preziosi delle Langhe inizia a salire verso il centro del paese, sorge L’’Astemia Pentita, la prima cantina vitivinicola pop voluta da Sandra Vezza.

Ed è proprio l’imprenditrice piemontese a dichiararsi con questa avventura “astemia pentita”; il nome della cantina, infatti, racconta già in sé la nascita del progetto: Sandra Vezza, da sempre astemia, con la decisione di dedicarsi alla produzione vitivinicola, annuncia definitivamente il proprio pentimento. Un amore assoluto per le Langhe e per il vino che, fin da piccola, l’imprenditrice ha sviluppato grazie al nonno che, prendendola per mano, la portava a passeggiare tra i filari e a cui, oggi, è riuscita a dare seguito con un progetto dalla connotazione innovativa e dirompente, grazie anche a un’architettura unica nel suo genere.

L’architettura dell’edificio è una dichiarazione d’amore verso l’estetica pop. Due grandi volumi sovrapposti appoggiati sulla dolce collina dei Cannubi evocano le forme di due casse da vino fuori scala. Un cuore produttivo completamente interrato e nessuna recinzione a protezione della cantina, che è circondata solamente da filari di vite, per rispettare l’ambiente e sottolineare la forte appartenenza al paesaggio.

Per gli spazi interni di Sandra sono stati privilegiati quei materiali naturali che hanno un legame con la produzione vitivinicola, come ad esempio la rafia, usata per avvolgere le bottiglie e proteggerle durante il trasporto. Tradizione e audacia si contrappongono fondendosi per dare vita a un progetto architettonico unico nel suo genere. Alla pavimentazione che evoca la natura e la tradizione, si contrappongono i soffitti della cantina che presentano grandi dipinti murali, realizzati da artisti locali, dall’estetica pop e surrealista, che creano nel visitatore l’illusione di essere realmente all’interno di una cassa di vino nel momento in cui una mano sta estraendo una bottiglia. Per l’arredo della cantina, immancabili alcuni dei prodotti iconici di Gufram, come il divano Bocca, il Cactus, ma anche progetti più recenti come la poltrona Roxanne.

Refettorio Gastromotiva

 

 

“Un piccolo miracolo!” ha detto Massimo Bottura alla conferenza stampa del Refettorio Gastromotiva Cafeteria nel giorno della sua inaugurazione a Lapa, Rio De Janeiro.

Non si riferiva al cibo, ma ai tempi di costruzione del progetto, i cui 450 mq sono stati costruiti in soli 55 giorni. Questa combinazione di ristorante e scuola è il risultato di una collaborazione tra Massimo Bottura, il critico gastronomico Alexandra Forbes e la ONG Gastromotiva, gestita dal celebre chef David Hertz. Insieme hanno riunito un team creativo tra cui Vik Muniz, Maneco Quinderé, i fratelli Campana e METRO, responsabili dell’architettura, dell’arte e del design di questo nuovo ambiente. La caffetteria è stata ispirata dall’iniziativa “Food For Soul” di Massimo Bottura, che mira a combattere lo spreco alimentare globale trasformando prodotti che potrebbero essere stati scartati in pasti sofisticati e nutrienti.

Il sito scelto per il progetto – tra gli archi di Lapa e l’Aterro Do Flamingo – è stato donato dalla città e ha una grande popolazione di senzatetto che sarà ammissibile per la cena gratuita come parte del progetto, mentre il pagamento degli ospiti porta entrate durante l’ora di pranzo. Situato ai margini di una piccola piazza e adiacente a una delle principali arterie della città, il ristorante è stato progettato per rafforzare i collegamenti con questi spazi pubblici e la comunità circostante.

La cucina occupa il centro di un sito lungo e stretto, 50 m di lunghezza e 6 m di larghezza. Un unico volume si alterna tra spazi a singola e doppia altezza e presenta ampie aperture sulla strada e sulla piazza vicina. L’edificio è rivestito con pannelli in policarbonato traslucido che garantiscono un’atmosfera accogliente e accessibile a tutti. La palette dei materiali è composta da materiali autentici e industriali che si trovano comunemente nella zona, dando vita a un’estetica onesta e senza fronzoli che celebra gli elementi e i servizi di costruzione essenziali.

In questo ambiente gli chef sono stati invitati da tutto il mondo a creare deliziosi pasti con l’eccedenza dei Giochi olimpici del 2016, offrendo nutrimento con dignità e bellezza alle persone in situazioni sociali vulnerabili.

 

Location: Lapa, Rio De Janeiro, Brazil

Architetti:METRO Arquitetos

Project Team: Gustavo Cedroni, Martin Corullon, Helena Cavalheiro, Marina Ioshii, Amanda Amicis, Gabriela Santana, João Quinas, Luís Tavares, Manuela Porto, Rafael de Sousa, Renata Mori

Cliente: Gastromotiva

Area del sito: 320m2

Area costruita: 425m2

Anno: 2016

Fotografie:Ilana Bessler

architetture al cucchiaio

dal sito:

https://living.corriere.it/tendenze/food/torte-architettura-designer-marie-troitskaia/

Testo di Gaia Passi

La professione dell’architetto può avere mille sfaccettature: interni, esterni, giardini, barche, oggetti, realtà virtuale. E poi c’è Marie Troïtskaia, che dopo la laurea con lode in architettura a Mosca e un master in una delle migliori scuole di Parigi ha scelto di dedicare il suo talento alla costruzione di torte.

La venticinquenne russa è riuscita a conciliare le sue passioni – pasticceria e progettazione – in una professione fuori dal comune. Ispirandosi allo stile dei più importanti architetti al mondo, Marie realizza dolci sofisticati nell’estetica e nel gusto, applicando tecniche apprese duranti i suoi studi di architettura e corsi di cucina di alto livello (uno su tutti, la scuola di Alain Ducasse a Parigi).

Per ogni torta disegno schizzi e realizzo modelli 3d con programmi professionali come archiCAD: ognuna delle mie torte è un piccolo progetto architettonico

Ma i dessert di Marie non si limitano a riprodurre lo stile architettonico dei modelli: «Per scegliere il sapore mi ispiro al Paese di origine degli architetti». Per esempio, la torta Tadao Ando Cube, a base di yuzu, matcha e sesamo nero, è un omaggio al Giappone.

La torta Alvar Aalto richiama il profilo della celebre serie di vasi Savoy realizzati per Iittala nel 1936: all’interno si ritrovano sapori d’ispirazione “finlandese”,  panna montata fresca e mirtilli. La torta dedicata a Frank Gehry ricorda le sue inconfondibili  “onde” di metallo, e all’assaggio ci trasporta in Canada, terra d’origine dell’architetto, grazie allo sciroppo d’acero e alle mele caramellate.

Il dessert Corbusier è un piccolo edificio modernista costruito con cioccolato al latte e caramello salato. Ma il capolavoro di Troïtskaia è il Centre Pompidou in versione gourmet, la torta che riproduce in scala 1: 500 il museo di arte contemporanea firmato Renzo Piano.

In attesa di aprire la sua pasticceria, Marie tiene corsi in tutto il mondo e realizza dolci architetture su ordinazione: il suo portfolio sempre aggiornato si trova online, nel suo sito e nel profilo Instagram @marie_oiseau.

cibo e architettura

 
Si veda anche i primi testi di questo blog datati 2008. 

All'epoca il tema non era ancora trattato in modo così
intenso come dopo l'expo 2015, ma le mie ricerche erano già
orientate su questi argomenti che ora riporto in maniera
sintetica. 
Cucinare è una delle azioni più antiche del genere 
umano e  forse è la differenza più 
sostanziale tra noi e il 
resto degli animali con cui 
condividiamo il pianeta.

La cucina è essenziale? 
Cucinare il cibo ha aumentato le 
dimensioni del nostro cervello, ha assicurato 
la sopravvivenza delle specie, 
ci ha reso più socievoli, 
ha accelerato la creazione di comunità, 
ha permesso la migrazione verso altri territori
e ci ha dato un'identità culturale. 

Era essenziale costruire? 
L'edificio ci ha permesso di rifugiarci 
dalle intemperie,
stabilirci in luoghi specifici, 
in un certo senso, 
ha trovato una casa e siamo riusciti 
a definire 
uno spazio finito per chiamare 
il nostro spazio. 

Cosa definisce un ottimo piatto? 
Un piatto grande 
deve presentare ingredienti 
di alta qualità nel loro punto di 
cottura ottimale come condizione 
sine qua non. 
Tuttavia, solo con ottimi prodotti, 
non otteniamo un cibo eccellente ma è la creatività 
dello chef che gli conferisce 
la sua straordinaria natura.
Cosa definisce la buona architettura? 
La buona architettura, come il buon cibo, 
non si verifica solo con la 
combinazione di materiali squisiti 
applicati con le migliori tecniche, 
ma ha bisogno della capacità di un architetto 
che dia senso alla costruzione. 
Cibo e architettura, queste sono parole i cui 
significati sono molto più che semplici termini 
di sopravvivenza oggi. 
La figura dello chef è cresciuta 
in modo tale che ora condivide un 
livello con la figura dell'architetto 
che è sceso nella sua posizione corretta,
uno che è lontano dalla grande stella 
dotata di talento innato.  
L'idea di interazione tra questi concetti, 
mangiare e vivere, i miei due piaceri, 
è ben sviluppata in esso!

All'Expo universale 2015 si è tenuta 
la prima mostra che
voleva essere riconosciuta non solo per 
la sua architettura,
ma anche per il suo contributo 
al dibattito e all'educazione sul tema 
"Nutrire il pianeta, energia per la vita" 
dunque nutrizione, cibo e risorse a livello globale. 
A seguito di questa stessa iniziativa, 
la mostra “FOOD dal cucchiaio al mondo”  
allestita presso il MAXII di Roma  
analizza l'interazione di queste due 
discipline su scale diverse: 

CORPO
Come la rappresentazione dell'ultimo pasto di un 
prigioniero nel braccio della morte è in grado di 
generare una riflessione sulla dimensione spaziale 
e temporale di una cellula

STRADA
Dabbawala, un'attività commerciale iniziata 125 anni fa 
e che attualmente impiega 5000 persone che 
distribuiscono ogni giorno 200.000 "scatole". 
C'è una codificazione che funge da guida in tutta la città. 




 
CITTÀ 
Dal 18 ° secolo, gli architetti hanno perseguito 
l'utopia della perfetta integrazione tra città 
e agricoltura, luoghi in cui il cibo è l'attore 
principale nella qualità sociale dell'"effetto città". 
PAESAGGIO  
Paesaggio, agricoltura e cibo sono una triade 
onnipresente nel dibattito sui territori contemporanei.
MONDO 
Global Seed Vault, dell'architetto 
Peter W. Sødermann È il più grande magazzino di sementi 
al mondo, creato per salvaguardare la biodiversità 
delle specie coltivate che fungono da alimento in caso 
di catastrofe globale. 


Alla fine tutto è riassunto nelle parole di 
Rafael Cubillo: Possiamo imparare molto sul 
cibo e sull'architettura, uno può integrare l'altro, 
sia in ispirazione che in metodologia, 
senza cadere nella ricetta. »



Classificazione: 1 su 5.

Organicare

Organicare è uno showroom con spazio degustativo per l’esposizione e la vendita di salsa di pesce tradizionale vietnamita oltre che di prodotti biologici.

Il progetto è nato dalla ristrutturazione di una vecchia casa costruita prima del 1975.

La casa stessa è stata soggetta a ristrutturazioni e ampliamenti nel corso del tempo.
Gli architetti del Tropical Space Studio, con il loro progetto hanno allo stesso tempo ideato un telaio metallico che sostiene l’edificio e che, grazie al gioco combinatorio dei laterizi diventa al tempo stesso facciata esterna e sistema espositivo per visualizzare i prodotti all’interno del locale. Questa intelaiatura risulta estremamente flessibile e trasformabile in modo da creare uno spazio fluido in grado di adattarsi alle svariate esigenze espositive del locale.


Oltre a onorare il valore della salsa di pesce tradizionale del Vietnam, Tropical Space vuole anche onorare il valore del mattone di argilla tradizionale.