Ginshariya Restaurant / Tsutsumi & Associates

Ginshariya Restaurant,© Beijing Ruijing Photo (Misae Hiromatsu, Yuming Song)

Questo bistrò giapponese,  basato principalmente sulla consumazione del riso,  ha tre concetti base che guidano il progetto.

__DSC3157

Primo: utilizzo dell’altezza come elemento per attirare gli avventori nello spazio.
__DSC3191

Secondo: Utilizzo delle travi in legno con tecniche che ricordano quelle  usate nei templi  Zen e nelle architetture tradizionali.

__DSC3280

Terzo: gli orli dei travetti sono dipinti di bianco metafora del riso.

__DSC3316下

__DSC3331

 

  • Progetto

  • Location

    Shanghai,  Cina
  • Interior Design

    Tsutsumi & Associates (Yoshimasa Tsutsumi, Shi Weiwei)
  • Lighting Design

    Sirius Lighting Office (Hirohito Totsune, Toshiyasu Ono)
  • Area

    102.5 m2
  • anno

    2017
  • fotografia

 

Annunci

Architettura, cibo e agricoltura: la città autosufficiente

La terza edizione di Seeds&Chips. The Global Food Innovation Summit (Rho Fiera, 8-11 maggio) ha proposto come obiettivo quello di proseguire il cammino intrapreso per dare risposte sempre più concrete e sostenibili alle problematiche della città futura che impongono un cambiamento nei modi in cui il cibo è prodotto, trasformato, distribuito, comunicato e consumato.

Il quesito che ci si è posti  è: come le città riusciranno a garantire una produzione di cibo sufficiente all’interno dei propri territori ed essere così autosufficienti?

Marco Gualtieri, ideatore e presidente di Seeds&Chips, ha lanciato la sfida alle città italiane, ma soprattutto alle realtà delle metropoli di tutto il mondo invitando startup, ricercatori, imprenditori e politici di spicco  per ragionare insieme su strategie, soluzioni e tecnologie per cercare di risolvere le problematiche derivanti da cambiamenti climatici, crescita demografica e diminuzione di risorse; focalizzando l’attenzione sul cibo e sull’intera filiera produttiva, interna alla città.

Il tipo di soluzione che si propone non è quella degli  orti urbani condivisi, né dei tetti verdi, ma di ripensare  spazi e  architetture che ospiteranno le urban vertical farm.

Square Roots, container produttivi da installare in città

I nuovi piani del Comune di Milano, presentati nello spazio dell’ex stabilimento Ansaldo, propongono come obiettivi del progetto Neu (Nuove economie urbane) Manifattura Milano, il recupero delle attività produttive a scala urbana rifacendosi a casi europei come il Poblenou di Barcellona o L’Atelier de Paris a Parigi.

Gli spazi per la produzione e l’architettura di essi sono stati gli argomenti principali  durante i quattro giorni del summit, dove l’Association for Vertical Farming ha riunito quattordici dei migliori innovatori da tutto il mondo nel campo della urban and vertical agricolture per comprendere come e in quali luoghi la città possa produrre il proprio cibo.

Lufa Farm a Montréal, riconversione di un edificio industriale

La scala del discorso ha spaziato a tutto campo: dai “micro-orti”, gestibili attraverso un’app sullo smartphone, fino ai casi internazionali di Square Roots, container high tech installati nel cuore delle città americane, o delle “fattorie urbane” di Lufa Farms in Canada, dove ex opifici sono stati convertiti in vere e proprie fabbriche per la produzione di verdura e frutta a km 0, sicura e priva di pesticidi.

Studio SLA, progetto vincitore del concorso internazionale di idee "Reinveter Paris"

In Italia l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), si occupa di ricerca per la progettazione sostenibile di vertical farm con particolari interessi verso la riconversione di ex fabbriche per la produzione ortofrutticola.

Enea, Vertical Farm all'Expo 2015

Souva, Seoul

p4_souva_seoul_south_korea_brandon_archibald_yatzer
Souva, è un ristorante greco da strada a Seoul, si propone di servire cibo tradizionale in un ambiente non tradizionale.
Il nome del ristorante è un intreccio della parola “souvlaki”, il tradizionale piatto greco, con la parola Seoul (Souvlaki a Seoul =Souva).
f11_souva_seoul_south_korea_brandon_archibald_yatzer
Il team di progettazione, guidato da Brandon Archibald, ha pensato un interior brand molto contemporaneo, con richiami alla street art, ma con tocchi di design e di grafica.
In breve, il brief è stato quello di avvicinare il progetto da un “luogo democratico con uno sguardo moderno alla cucina greca classica”, allontanandosi, così, da tutti quei cliché spesso associati con lo stile greco.

p2_souva_seoul_south_korea_brandon_archibald_yatzer

Il risultato è audace e offre agli avventori un ambiente con uno spiccato gusto metropolitano e ruvido tutt’altro che stereotipato, vista l’assenza di qualsiasi riferimento o combinazione dei colori  blu e bianco. Dominano la scena i colori giallo caldo, rosso fuoco e nero pece, vale a dire, i colori tipici di un grill.
Una fiamma ardente funge anche da simbolo vibrante e riconoscibile del locale.
I progettisti sostengono che il riferimento sia quello dello spirito della fiamma olimpica, utilizzato in tutto il design del ristorante.
Il logo stesso è molto minimal con un lieve “carattere” greco per l’iscrizione.

 

f2_souva_seoul_south_korea_brandon_archibald_yatzer.jpg

Per quanto riguarda l’arredamento, interno ed esterno di intersecano. Ancora una volta, non ispirandosi alla natura, ma piuttosto ad uno stile urbano de ad uno spirito “Underground”.
Ciò significa semplicemente, materiali comuni che costituiscono il paesaggio della città, utilizzati come elementi di arredo: calcestruzzo, legno non trattato, lamiere profilate e stirate, diventano protagonisti di questo ambiente alternativo ed unico.
Alle pareti, un collage di manifesti originali con motti e detti greci legati al concetto di mangiare e/o di godere del pasto.
 
“Il luogo non è uno spazio di fantasia in cui si sere cibo complesso e costoso ” Piuttosto un luogo in cui la città entra nel locale e lo segna indelebilmente.

 

Foto © Brandon Archibald.

Winery in Mont-Ras / Jorge Vidal + Víctor Rahola

Da un’intervista ai progettisti Jorge Vidal, Víctor Rahola:  “La costruzione di una cantina e la creazione del processo di vinificazione sono estremamente legati all’esperienza con la terra. Il vino è odore, colore, sapore e forma. I sensi e le percezioni devono andare insieme con un sito che è in grado di enfatizzare il processo di trasformazione. Per questo, abbiamo lavorato con quattro aspetti chiave:


1. Il programma della cantina è il risultato della necessità di produrre vino e di organizzare un rapporto tra l’edificio nuovo e la casa di terra esistente. Per la produzione vinicola ci sono quattro spazi principali e altri tre secondari, questi ultimi sono spazi di servizio e destinati allo stoccaggio. Il primo spazio principale da destra, accanto ai laboratori e congelatori, è lo spazio per tutti gli strumenti agricoli e gli lavorare nei vigneti. il secondo è per tutti i tini necessari per la produzione “mosto”. Il terzo è quello destinato al “riposo del vino” nella fase di passaggio da mosto a vino propriamente detto. L’ultimo spazio è la zona destinata alle degustazioni e alla conservazione delle bottiglie che sono pronte per essere aperte. Un accesso attraverso un tunnel dal lato superiore della casa è quello che organizza la circolazione dei proprietari. L’accesso agli altri tre spazi è fatto direttamente dai vigneti

2. L’umidità del terreno aiuta la conservazione del vino. Abbiamo deciso di interrare la cantina  per tenerla con la temperatura ideale e nello stesso tempo per creare una piattaforma di collegamento con gli edifici esistenti. La stessa terra ci aiuta a creare spazio.
3. La profondità dello spazio crea il suono, il vuoto e l’ombra. La luce organizza lo spazio.
4. L’edificio è una piattaforma all’interno della terra. Il suo tetto è un giardino che si trova in cima alle volte di cemento che i calcoli effettuati e ottimizzati hanno disegnato come una sezione di archi iperbolici. Allo stesso tempo la piattaforma è custode dell’acqua per il relativo riutilizzo. Le pareti esterne sono progettate con la forma ideale avendo in considerazione il suo materiale (il mattone) per inviare tutti gli sforzi alla struttura.

Transformative Appetite

I ricercatori del MIT hanno provato a relazionarsi con una rinnovata forma della pasta creando una tipologia di pasta bi-dimensionale che si trasforma in oggetto tri-dimensionale una volta cotto  in acqua.
La “pasta programmabile” ha una componente in gelatina mischiata con l’amido. La gelatina si espande naturalmente all’assorbimento dell’acqua, dando modo ai ricercatori di manipolare il cibo.

Come con  il prototipo Flat-Pack, il vantaggio principale sarebbe, a detta degli studiosi, quello di risparmiare sui costi di spedizione dei prodotti alimentari.
Avendo maccheroni di forma piatta invece  che cava, ad esempio, si potrebbe stipare, nella stessa busta,  una maggiore quantità di cibo, consentendo all’utente finale di mangiare comunque un  pasto tridimensionale.
 
“Abbiamo fatto alcuni calcoli semplici:  in una confezione di pasta come i maccheroni, si ha circa il 67 per cento del volume occupato da aria”, ha detto Wen Wang, uno degli scienziati della squadra di ricerca.
“Abbiamo pensato che forse in futuro la forma del nostro cibo potrebbe cambiare, e cambiando, potrebbe essere imballato in modo da risparmiare spazio.”
Il Tangible Media Group  fa parte del Media Lab del Massachusetts Institute of Technology (mit). Il Media Lab lavora all’incrocio tra tecnologia, Multimedia, Scienze, arte e design.
Wang ha condotto il progetto, intitolato Transformative Appetite (appetito trasformativo), insieme al collega Yao. Essi sono stati sostenuti nella ricerca  da Chin-Yi Cheng, Daniel Levine, Teng Zhang e Hiroshi Ishii, che dirige il gruppo di media tangibile.
I ricercatori sono in grado di controllare la forme che la pasta assumerà: possono creare un semplice arco di tipo maccheronico utilizzando due strati di gelatina – uno strato superiore più denso su uno strato inferiore più sottile.
Lo strato superiore assorbe più acqua, crescendo archi di curvatura differenti
Per forme più irregolari, il team 3D stampa sottili strisce di cellulosa commestibile in vari modelli sullo strato di gelatina. Queste strisce fungono da barriera all’assorbimento dell’acqua.
“In questo modo si può avere programmabilità”, ha detto Yao. “In ultima analisi, si può controllare il grado di flessione e la geometria totale della struttura.”
I ricercatori hanno detto che la pasta che hanno prodotto per l’appetito trasformativo “ha una grande consistenza e un buon sapore”. Hanno anche lavorato con uno chef in un ristorante di Boston per testare le versioni High-end della pasta aromatizzata con plancton e inchiostro di seppia.
Personalmente, trovo questo progetto molto interessante dal punto di vista del design e dell’idea di ottimizzazione degli spazi; da italiana (e con un po’di campanilismo) trovo l’idea di mescolare gelatina al tradizionale impasto di semola e acqua, una cosa non particolarmente appetibile.

Living Plates

Living Plates estende la forma d’arte della creazione dei cuochi realizzando una relazione strettissima tra contenitore e contenuto, tra peso e tatto; esplorando il rapporto diretto tra cibo, piatto, e l’atto della consumazione del pasto
Living Plates diventano dunque una sorta di tela interattiva esplorare esaltando l’esperienza del pasto, aggiungendo una nuova dimensione alla presentazione del piatto; rendendolo dinamico e rispondente agli stimoli.
La varietà di movimenti possibili al contenitore; affondare, piegare e rimbalzare, riflettono le infinite possibilità del silicone aprendo una nuova finestra sui rituali del pasto.
I piatti diventano un altro mezzo, diverso dai sapori, per lo chef per esprimere la sua visione artistica.
Forma e spessore della parete sono i due fattori che influenzano pesantemente il movimento di questi contenitori.

LinaSaleh

Social Eater

Il mangiare insieme, il mangiare sociale e socializzando è l’argomento proposto dalla Scuola Italiana Design, all’interno del circolo ACLI nel distretto di Ventura Lambrate, in occasione della settimana del design 2016.

In questo progetto, curato dallo studio Joe Velluto (JVLT), si affronta il tema della condivisione sotto il profilo formativo e sociale: viene realizzata una cucina da cui si diramano ambienti e luoghi di aggregazione.

I linguaggi del cibo e dei sociale vengono messi in relazione per sviscerare la percezione dello spazio della collettività attraverso la convivialità generata dal cibo.

per informazioni:  http://www.joevelluto.it/?portfolio=sid-social-eater#.WU0Y9ZXf3Dc