kebab or not kebab?

riporto un articolo tratto da

 Repubblica — 31 gennaio 2008   pagina 1   sezione: FIRENZE

Lucca dice basta ai kebab all’ interno delle mura del centro storico: quelli già esistenti potranno restare, ma aprirne di nuovi sarà impossibile. Lo dice la delibera approvata dalla giunta guidata dal forzista Mauro Favilla: i kebab e, in generale, «tutte le attività di preparazione gastronomica e vendita similari», sono «incompatibili con le esigenze di valorizzazione del patrimonio storico e ambientale e con le esigenze di qualificazione del centro storico». In realtà i kebab sono solo l’ ultimo tassello di una politica di salvaguardia del centro storico iniziata nel 2000, quando l’ allora sindaco Pietro Fazzi scrisse la prima lista nera di attività bandite dalle Mura: pizzerie al taglio, fast food, negozi di articoli da mare, da nautica, roulottes, sexy shop, centri commerciali di medie o grandi dimensioni. Ma anche discount ed esercizi che «praticano prezzi fortemente scontati e hanno una dotazione sommaria di arredi semplici». Tutto questo era già vietato. Quest’ anno poi, su esplicita richiesta delle categorie economiche, il Comune ha avviato una ricognizione sul territorio per accertare se i kebab fossero «compatibili con le esigenze di tutela e valorizzazione del patrimonio edilizio, architettonico e storico del centro». E da cui si evince che «nell’ ultimo anno c’ è stata una proliferazione di nuovi esercizi commerciali che esercitano attività con prodotti e allestimenti non riferibili alla tradizione italiana e toscana». E che una loro ulteriore crescita – continua – comporterebbe una penalizzazione degli esercizi tipici del centro. Così l’ assessore al commercio Filippo Candelise, preoccupato per la crescente fuga (o chiusura) di negozi storici o di livello in centro, ha dato l’ accelerata al nuovo giro di vite. «Ma non abbiamo nulla contro i kebab – dice il sindaco Favilla, preoccupato di fugare ogni accusa di razzismo – è una questione di decoro e di immagine. Di kebab ce ne sono evidentemente a sufficienza: per riempire la città di un turismo qualificato c’ è bisogno di scelte che tutelino l’ immagine storica della città».
ERNESTO FERRARA

ed in seguito:

LUCCA – Né kebab né pizza al taglio, il cibo esotico e quello povero finiscono nella stessa pattumiera. Nel centro storico di Lucca d’ ora in avanti saranno tollerati solo ristoranti tipici e bellocci, cucina toscana doc (almeno un piatto del territorio nel menù per cortesia), ricette nostrane e rassicuranti presentate su tovaglie di stoffa da inappuntabili camerieri. Il cappotto va appeso in guardaroba, le mani si lavano in bagni separati per sessi, non si suona all’ esterno e non si fanno entrare venditori di rose all’ interno. Soprattutto non si mangia in piedi. Basta con i cartocci unti che grondano nella mano e i bicchieri di plastica, l’ insieme dovrà apparire decoroso perché in un salotto lastricato di pietra serena e arredato da torri medievali e chiese del Rinascimento l’ estetica viene prima di tutto. E pazienza se per gustare un vero cous cous o addentare gli hamburger di McDonald’ s si dovrà uscire dal fulcro della città, dove i turisti non arrivano. L’ autarchia culinaria fa parte del nuovo regolamento comunale per bar e ristoranti approvato dal consiglio comunale di Lucca con i soli voti della maggioranza di centrodestra su proposta della giunta guidata dal settantacinquenne Mauro Favilla, che in campagna elettorale ebbe l’ onore di un comizio al fianco di Berlusconi. Le proteste della consigliera del Pd Cecilia Carmassi e del suo capogruppo Andrea Tagliasacchi sono rimaste inascoltate. «Che idea di città portate avanti», tuonavano dai banchi dell’ opposizione, «se invece di far spiccare a Lucca il salto nel futuro la tenete sigillata sotto vetro come una reliquia?». In realtà il processo di de-etnicizzazione nei quattro chilometri quadrati tra le antiche Mura era iniziato anni fa, già nel 2000 una variegata delibera metteva un freno «all’ apertura di fast food, rivendite di articoli da spiaggia, sexy shop così come kebab e ristoranti etnici». Da allora parecchie novità hanno cambiato il panorama, dalla liberalizzazione delle licenze di Bersani alla deregulation introdotta da una nuova legge regionale alla globalizzazione del mercato e l’ elezione di Obama. Lucca però resiste ad ogni evento e impone ai propri cittadini di dare l’ addio non solo a tacos e falafel ma anche a quelle tavole calde minimaliste e un po’ délabré che sfornano a getto continuo margherite, focacce ripiene e la tradizionalissima cecìna, posti del cuore che a Lucca come altrove da sempre forniscono carboidrati da asporto a generazioni di studenti affamati. Il regolamento vale per i locali di nuova apertura, non per quelli già in attività. Ma la tendenza è chiara. Reagisce indignato l’ assessore al commercio della Toscana Paolo Cocchi, che denuncia il rischio di «razzismo gastronomico o culinario». Ancora più feroce il commento dello chef fiorentino Fabio Picchi, in testa a tutte le classifiche col suo ristorante Il Cibreo: «Mi auguro che ai presidenti Sarkozy, di origine turco-greca, Obama, afro-americano, e Berlusconi, di etnia lombarda, non venga mai più in mente di andare a mangiare a Lucca. Dio ci scampi e liberi da codesti amministratori, non si possono fare regolamenti del genere, la cucina è comunicazione e ricchezza di scambio, costruita nei secoli dalle contaminazioni culturali. Invito ogni ristorante di Lucca ad inserire nel menù un piatto etnico». – SIMONA POLI
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