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Solar Vineyard House di Michael Jantzen

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La cantina alimentata ad energia solare è una proposta concettuale progettata dall’architetto Michael Jantzen appositamente  per gli amanti del vino, una sorta di abitazione-officina all’interno di un vigneto e immerso nel clima temperato della California. Solar_Vineyard_House_Michael_Jantzen_CubeMe2
La struttura abitativa, di circa 5000 piedi quadrati, pensata per essere costruita nel bel mezzo di un vigneto privato, incorpora al suo interno un  vero e proprio impianto per la vinificazione. Quattro curve ricoperte di pannelli solari di grandi dimensioni, totalmente integrati nel lato sud della struttura, provedono all’alimentazione dell’abitazione cantina mentre il ricambio d’aria è garantito da un sistema di aperture-coperture che consente la ventilazione naturale e l’ombreggiatura.
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L’acqua piovana, riciclata tramite contenitori di raccolta posti ai bordi delle falde e immagazinata in serbatoi di stoccaggio  verrà utillizzata per l’irrigazione dei vigneti.

L’interno della casa-cantina, illuminato naturalmente dal sole filtrato attraverso i  pannelli di legno a doghe, prevede ampi spazi per il soggiorno e il relax al livello superiore e spazi di lavoro al livello inferiore.

Cantina Tramin

L’idea di progetto, nato dalla creatività di Werner Tscholl, Architekt, prende spunto dal tralcio di vite, un segno che nasce dalla terra grazie all’opera i dei coltivatori.Tralci avviluppanti, invasivi, strutturanti, intrecciandosi creano un involucro (metallico) intorno all’edificio che la ospita.

La struttura diventa scultura, opera capace di segnalare presenza e missione della cantina.

Il suo impatto iconografico, fortemente simbolico, è legato all’ambiente ma, contemporaneamente, la giustapposizione di materiali tanto differenti, rendono la costruzione un segnale di riconoscimento, quasi una porta per l’intero paese di Termeno evidenziando, inoltre una netta divisione tra l’attività di cantina propriamente detta e i flussi degli eno-visitatori.

http://www.archiportale.com/immagini/FileProgetto/immaginigrandi/27893_1.jpg?866,9702

Per entrambe le funzioni (cantina e eno-visitatatori) si viene a creare uno spazio distinto e dedicato senza percezioni reciproche anche ottiche:

Al piano inferiore, rimane l’accesso per i contadini e per il trasporto delle merci che raggiungono e che partono dall’azienda, nonché il parcheggio per i collaboratori;  al di sopra è invece posta l’area di accesso al pubblico e ai visitatori coperta da una piattaforma. Il foyer d’entrata è stato ricavato invece in una parte di cantina preesistente, che rappresenta da un lato la tradizione dell’azienda, dall’altro diventa il cuore della nuova struttura.

per informazioni:

http://www.werner-tscholl.com/index.php?id=240

http://www.cantinatramin.it

Cantina Collemassari

Il progetto, di Edoardo Milesi, ed è stato premiato al Concorso Internazionale Architettura Sostenibile Fassa Bortolo lo scorso anno e recentemente pubblicato nel volume Architettura Sostenibile, curato da Gianluca Minguzzi per Skira.

Dalla relazione di progetto:

Il fabbricato è una scatola di legno interrata. I magazzini, i locali tecnici, il ricovero dei mezzi agricoli sono ricavati nella collina. Unico elemento emergente è una quinta bianca che uscendo dalla collina organizza e riordina gli spazi esterni necessari alla manovra degli automezzi. La voglia di progettare degli spazi e non un edificio appare ancora più evidente nel corpo di fabbrica che emerge oltre la “scatola di legno” e la sovrasta sullo spigolo sud-ovest. Una gabbia rada e leggera di pilastri e travi in cemento bianco che come un pergolato nasce dalla vigna e si appoggia in modo quasi provvisorio sopra il corpo interrato. Una maglia bianca che trattiene come una rete il paesaggio circostante riempiendosi via via di eventi legati alla produzione e alla commercializzazione del vino ma anche alla promozione del territorio. Uno spazio opposto ma complementare al solido ventre ricostruito della collina che trasforma e gelosamente protegge il suo prezioso prodotto, uno spazio pulsante di attività legate alla conoscenza del vino, alla degustazione, ai suoi approfondimenti scientifici e conviviali.

La grande “scatola” di legno della cantina di Collemassari alterna i pieni e i vuoti lungo un percorso interno-esterno conseguente al funzionamento produttivo del fabbricato che ricalca esattamente le fasi del processo enologico.

Un processo che, come prevedono le più avanzate teorie, trasforma le uve in vino mediante un procedimento “a caduta” per semplice gravità senza mai l’ausilio di pompe elettromeccaniche. Un percorso che, partendo dalla grande terrazza-tetto dove i trattori scaricano l’uva, scende per 13 mt fino alla barricaia interrata aprendosi via via al paesaggio naturale, scandendone le altimetrie mediante uscite in quota funzionali alla produzione, mostrando le coltivazioni e il paesaggio naturale in un continuo interagire con l’intero complesso. Le soluzioni bioclimatiche che regolano temperature e ventilazione hanno sicuramente guidato il progetto caratterizzando l’opera nel suo insieme.

Un’ossatura in calcestruzzo per contrastare la pressione della collina e i sovraccarichi dei mezzi che scaricano l’uva sulla copertura della cantina. Pareti ventilate in legno là dove l’inerzia termica va protetta, guidata e riequilibrata. Legno naturale a doghe per filtrare la luce diretta del sole. Lastre di zinco titanio per la protezione all’acqua. Vetrate acidate a bassa emissivit’ per bilanciare la luce naturale. Bandito l’estetismo formalistico e il progetto architettonico ad ogni costo, la cantina di Collemassari è tuttavia frutto di un’alta densità progettuale dove concetti come risparmio energetico, bioedilizia, qualità del posto di lavoro, ingegneria bioclimatica hanno guidato la progettazione e l’accurata scelta di ogni singolo componente e materiale. Particolare attenzione va data alla complessità della trama superficiale che caratterizza un edificio dove gli spazi esterni si mescolano e si confondono con quelli interni in una complessa interrelazione funzionale attiva e passiva tra energie naturali e lavoro dell’uomo.

 

Contesto: A circa 20 km da Grosseto, adagiata sul crinale di una estesa separazione collinare nella usuale conformazione dell’entroterra toscano – di pregio orografico l’area e l’ampiezza della percezione circostante.
Materiali: Strutture in cls bianco con inerte in marmo di Carrara e legante cemento tipo Aquila Italcementi. Tamponamenti in termolaterizio Wienerberger cm 38, impastato con farina di legno. Pareti ventilate in cedro rosso canadese. Struttura di copertura in larice lamellare. Isolamento di copertura in lana di vetro dspessore cm 8 con soprastante ventilazione. Manto di copertura e lattonerie in Rheinzink. Infissi di acciaio profilato Jansen a taglio termico;ditta R & T srl. Infissi in legno larice lamellare naturale; ditta Capoferri srl. Pavimentazione in pietra etrusca del Monte Amiata. Impianti di climatizzazione a pompa di calore; ditta Iacopozzi. Pavimentazione tecnica in gres antiacido tipo Buchtal; ditta Tecnopavimenti. Vetrate stratificate basso emissive sp. 4+4/12/3+3. Frangisole in legno di cedro canadese; ditta Merlo srl. Impianti elettrici; ditta Minocci. Opere in ferro; ditta Acquaroli snc.
Architetto incaricato: Edoardo Milesi
Collaboratore: Laura Pizzi, Paolo Vimercati
Committente: Collemassari spa
Direzione Lavori: Edoardo Milesi & Archos srl, Bergamo
Calcolo strutturale: Uberto Coppetelli
Impianti speciali: Tecnoprogett s.a.s.
Indagini geologiche: Franco Duranti
Tecnico di cantina: Maurizio Grassi
Enologo: Maurizio Castelli
Impresa costruttrice: Eurocostruzioni 2000 srl Consistenza: 3.648 mq , 19.300 mc
Anno: 2000 Realizzazione: 2001/2005
per info:
http://www.collemassari.it
http://www.archos.it

Bodegas Portia _Foster + Partners

A Ribera del Duero, una delle regioni più importanti della Spagna per la  produzione di vino, nasce Bodegas Portia.  Il sito, a circa 150 chilometri a nord di Madrid, ha inverni molto freddi, così come estati calde con precipitazioni limitate.

Il progetto, ideato da Foster + Partners, alla loro prima esperienza con il mondo dell’enologia, è stato l’occasione per guardare nuovamente alla tipologia edilizia in rapporto con l’orografia del sito; lo scopo, alla base dell’idea progettuale, è quello di  ideare un sistema edilizio che favorisse il processo di vinificazione, ricreando le condizioni di lavoro ottimali e riducesse, al tempo stesso, il consumo energetico e il suo impatto visivo sul paesaggio. Il risultato è un edificio-astronave, una struttura  di 12.500 metri quadrati con  una capacità produttiva di un milione di bottiglie all’anno che, come una stella a tre punte, si adagia sul terreno. Una macchina a basso impatto energetico che integra insieme tecnologia e sapienze costruttive del passato.

L’edificio racconta le tre fasi principali della produzione: fermentazione in tini di acciaio, l‘invecchiamento in botti di rovere e, infine, l’invecchiamento in bottiglia; operazioni controllate da un hub al centro dell’edificio. Le ali, che contengono le botti e le cantine, dove riposano le bottiglie, sono in parte interrare in modo da favorire  le condizioni ambientali necessarie per l’invecchiamento del vino, mentre l’ala fermentazione è esposta al sole, permettendo così all’anidride carbonica di essere rilasciata. Una strada, che sale fino al tetto dell’edificio, consente di  scaricare le uve raccolte direttamente nel contenitore: la cantina è stata progettata per sfruttare al meglio il declivio del terreno, utilizzando gravità per ridurre al minimo i movimenti delle uve all’interno dell’edificio, massimizzando l’efficienza e minimizzando i danni per il frutto.

un grazie speciale a gigia che mi ha suggerito questo progetto.

Le cattedrali del vino

 di Paola Di Giuliomaria

L’Ordine degli architetti, Inarch e Gambero Rosso lanciano il premio internazionale sulle “cattedrali del vino”, momento di incontro tra la produzione di qualità, il design, la sostenibilità ambientale. Il tutto nella autorevole cornice degli eventi della Biennale di Architettura.

Al Danieli di Venezia, dal 28 agosto al 9 settembre, in mostra i progetti e le immagini delle più belle cantine realizzate in Italia negli ultimi anni. Molte delle recenti cantine vinicole presentano una forte espressività linguistica e sono capaci di porsi in dialogo con le componenti paesistiche: come le migliori esperienze della ricerca architettonica contemporanea definiscono veri e propri landmark nel territorio, e non solo per la scala dimensionale degli interventi. In molti casi l’integrazione con il paesaggio si attua indagando la sua natura ipogea, creando un’unità morfologica artificiale incastonata nella collina.

Questi interventi dimostrano che il paesaggio non è sinonimo di spazio naturale contrapposto a spazio costruito, come comunemente si intende, ma l’unità dei due termini, intesi come momenti delle relazioni territoriali e morfologiche. In Italia, in particolare, anche il paesaggio storico è completamente antropizzato, quale esito delle secolari trasformazioni per migliorare le potenzialità agricole. I progetti delle nuove cantine, dunque, nascono da un legame profondo con il dato paesistico, fino a fondersi in esso evitando però ogni forma di mimesi.

 Lavorando sull’alta qualità e sulla selezione estrema, di processi e tecnologie, la cultura del vino ha inevitabilmente intercettato l’architettura, ma anche quello della grafica, del design, dell’arte e della comunicazione in senso ampio. Coltivando entrambi l’eccellenza, il connubio tra il “Wine making” e mondo del progetto è nato in modo naturale; la creatività architettonica, puntando sulla valorizzazione del contesto, ha intercettato la sperimentazione enologica e insieme hanno creato un luogo di comunione tra tradizione e contemporaneità. Alle necessità tecniche di un ambito produttivo altamente specializzato, si è aggiunto il desiderio della committenza di concepire le nuove cantine come opportunità di qualificazione estetico-funzionale complessiva delle aziende e come strumento di comunicazione dei valori culturali, antropologici ed enogastronomici, legati al mondo del vino.

 I progetti, infine, sono innovativi anche dal punto di vista dell’ecosostenibilità e della qualità degli spazi di lavoro: concetti come bioedilizia, risparmio energetico, ergonomia e ingegneria ambientale guidano le scelte di ogni singolo componente e materiale. Pensare al vino come “oggetto di culto” significa puntare sulla valorizzazione complessiva dei luoghi, dalla cultura e alle tradizioni locali, ma soprattutto è determinante fare leva sull’innovazione complessiva dei processi produttivi, dello spazio architettonico e della comunicazione del prodotto.

Winescape _ Paesaggi di vino

Di Barbara Falcone

Il vino “elemento totemico”, rappresenta terra e uomini che lo producono, ingegno, saperi, ricchezza di tradizioni, proprietà ambientali e privilegi geografici. Oggetto territoriale autonomo, con strategie proprie fatte di razionalità economiche e convenienze logistiche, spesso strettamente interconnesso alle aree geografiche al quale si sovrappone, il vino, si identifica così intimamente con il luogo da prenderne spesso il nome. “Champagne”, “Bourgogne”, “Bordeaux”, “Chianti”, “Frascati”, “Porto”, rappresentano solo un campionario di questo rapporto di completa identificazione con lo spazio.

Sono le particolari caratteristiche territoriali di un luogo ad influenzare il successo di un prodotto vinicolo o è la particolarità di un prodotto ad influenzare l’afflusso ad un luogo? Le cantine vinicole firmate da architetti di fama servono a pubblicizzare il marchio, oppure è l’architettura che si rafforza servendosi del marchio per farsi pubblicità?

   

 

 

Una prima chiave di lettura individua, in un comparto avanzato quale è quello del vino, il marketing come componente così importante da influenzare, non solo l’estetica del contenitore, ma anche quella del luogo in cui il vino viene prodotto, trasformandolo in valore aggiunto.

 

Le trasformazioni registrate nella viti-vinicoltura producono modificazioni sostanziali nel territorio e l’acquisizione di terreni e la messa in coltura di nuovi vitigni si traduce in una ricomposizione territoriale. Il legame con la produzione di alcuni vini di particolare successo ha il potere di modificare le rendite fondiarie  oltre a favorire lo sviluppo del cosiddetto “turismo agricolo”, degli agriturismi come delle passeggiate enologiche e di tutte quelle manifestazioni artistico-culturali che hanno lo scopo di affrancare la produzione vinicola dal semplice legame con il mondo rurale. Dunque, la costruzione di “qualcosa di prestigioso” è avvertita innanzitutto come espressione di buon gusto ed è “vendibile” come tale.  La cantina diventa la tessera di un sistema attraverso il quale si accresce il prestigio del produttore e quindi del vino. L’azienda vinicola viene presentata come oggetto di per sé attraente e visitabile, un opificio-monumento considerato come una sorta di “lascito” permanente a favore del territorio, un’opera d’arte destinata ad arricchire sia il buon nome del donatore che quello del comprensorio in cui si colloca. In una sorta di “localismo globalizzato”, i produttori vinicoli promuovono l’unicità, la località e la specificità del loro prodotto, esaltando la propria filosofia produttiva ed evidenziando il legame con il territorio, attraverso l’uso di mezzi appartenenti proprio a quel mondo da cui pure vorrebbero distaccarsi.  L’uso della rete, del progetto griffato, della pubblicità e dell’inserimento all’interno di circuiti eno-gatronomici sempre meno di nicchia, “globalizzano” di fatto il loro prodotto, lo rendono conosciuto ai più, combattendo con le stesse armi del mondo dal quale volevano differenziarsi.

 

Una seconda chiave di lettura della trasformazione dell’edificio-cantina si ritrova nell’esigenza da parte dei produttori, di rispondere principalmente alle leggi organizzative e razionali dettate dall’economia industriale piuttosto che a quelle dettate dall’agricoltura, trasformando, di fatto, le cantine in opifici industriali.

 

L’industrializzazione della produzione vinicola, la standardizzazione dell’offerta, giustificata dall’espansione del mercato globale, ha portato alla modificazione dell’architettura delle cantine, da luogo ombroso ed umido, col vino posto ad invecchiare in botti di legno, a luogo iper-tecnologico.  La trasformazione e la razionalizzazione del metodo vinificatorio con l’impiego di grandi vasche crea la necessità di spazi idonei, adatti alla manutenzione e alla circolazione di grandi macchine, capaci di agevolare al massimo il lavoro. L’enologia si trasforma e con essa i mercati.  Adeguare enologia e mercati nei rapidi tempi industriali, rende necessario dotarsi di strutture quanto più versatili e razionali possibile. Da qui la convenienza di realizzare ex novo cantine in grado di soddisfare esigenze che le vecchie (che invece vengono trasformate in enoteche e ambienti di rappresentanza), per logistica, ubicazione, materiali utilizzati, tipologia, progettazione non sarebbero in grado di accontentare 

Cantina Niepoort _Santo Adrião

Nella regione del Douro, nell’area della coltivazione del porto, Franciscus Marius Van Der Niepoort fondò la sua prima cantina nel 1842. A  più di un secolo di distanza la cantina Niepoort continua ad essere condotta dai membri della famiglia e vanta una produzione di più di 1.200.000 bottiglie all’anno.

La collocazione della nuova cantina, a pochi chilometri da Santo Adrião,  in un territorio protetto dall’Unesco, offre agli spettatori un paesaggio spettacolare caratterizzato da colline terrazzate, per la coltivazione della vite, interrotte dal passaggio del fiume che, per molti anni è stato il mezzo di trasporto delle botti fino a Oporto. La necessità di realizzare una nuovo edificio all’avanguardia, assieme al rispetto per il paesaggio, hanno portato il progettista a optare per una cantina dalla concezione prevalentemente ipogea; quindi, ha rivestito i muri portanti con pietra scura affinchè si confondesserocon i terrazzamenti circostanti, cercando di dare quanto più rilievo possibile al nucleo originario ottocentesco.

La soluzione, è una cantina, complessa nella distribuzione e semplice nei volumi,  che si confonde con l’ambiente circostante e lo rispetta profondamente.

Cantina Icario _Studio Valle

Foto A. Jemolo

La Cantina Icario è immersa nell’atmosfera suggestiva delle colline della Val d’Orcia; la specificità del contesto naturalistico e di approccio all’attività produttiva suggerisce l’impiego del materiale lapideo finalizzato ad un’architettura non invasiva che, con l’austerità e semplicità della geometria dei quattro volumi emergenti, reinterpreti la tipologia della costruzione rurale toscana. La soluzione tipologico-funzionale accosta spazi tradizionali (uffici, locali per invecchiamento, fermentazione, vinificazione, imbottigliamento, magazzini, sale per degustazioni) e non (ambienti destinati all’esposizione al pubblico, sale di rappresentanza).
La composizione discende da un elemento unitario lapideo, suddiviso poi in quattro volumi diversamente adagiati sul pendio naturale del suolo, i cui inter-spazi divengono nastri luminosi che si concludono in quattro appendici, prismi trasparenti inizialmente concepiti come spazi destinati a sculture raffiguranti i quattro elementi primari: acqua, aria, terra, fuoco, emblemi della ricerca di contestualizzazione.
Involucri prevalentemente materici, si accostano sapientemente a volumi vetrati, secondo una ritmica di alternanza di pieni e vuoti.
Il rapporto tradizione-modernità, implicitamente connesso al connubio pieno-vuoto, nella Cantina Icario non si risolve nell’ estremizzazione dell’una o dell’altra estetica, ma in un attento equilibrio linguistico.
Il progetto, ricerca un connubio, formale e funzionale, con la tradizione in un linguaggio, esternamente, ad essa assonante ed internamente in una spazialità disegnata dalla geometria delle travi reticolari e dall’impiego di superfici vitree.

foto di Gabriele Basilico

Tuttavia, le trasparenze visuali non si rincorrono in sequenze progressive verso il paesaggio: l’assenza di aperture che lacerino il rivestimento di facciata, eccezion fatta per i percorsi vitrei di collegamento che consentono visuali localizzate, altera l’equilibrio visivo dell’ interno. L’ “involuzione” concettuale dell’impiego del paramento murario, limite materico che impedisce alla spazialità interna di “esplodere”, non si traduce in una concezione spaziale claustrofobica: l’interno collassa, implodendo su se stesso. La permeabilità visuale non avviene esclusivamente lungo la direttrice orizzontale: il connettivo centrale appare separato dal reparto fermentazione e vinificazione da un sistema di vetrate a tutta altezza; insolite trasparenze su solai di copertura e intermedi, consentono l’accesso della luce zenitale e svelano scorci prospettici interni che dalla sala di rappresentanza si rincorrono nella sala tonneaux delineando il profilo di un’architettura che, rinunciando a guardare oltre il suo involucro, volge il suo sguardo verso l’interno; un’architettura introspettiva.
Un etereo “velario” si distende nella sala polifunzionale, ubicata in un volume originariamente concepito come punto di accumulazione visivo della composizione: una “torre” memore di storia e tradizione di un’urbanizzazione prevalentemente toscana. Lo spazio espositivo, rivelando luci e fenditure visuali zenitali,  diviene filtro tra cantina e contesto.

 

PIERLUIGI CALIGNANO, Veduta dell’installazione 
presso la Cantina Icario, Montepulciano (SI). Legno, acciaio, luminarie.

 

relazione di progetto dal sito:

http://www.studiovalle.com

cantina vinicola adega mayor

“Una cosa che nell’architettura mi impressiona molto è lo spreco” ha avuto modo di affermare Alvaro Siza in molte interviste, e la parola d’ordine di questo progetto è senz’altro “economia di mezzi”. Il progetto si localizza su un terrapieno con una lieve depressione, disponendo le diverse aree funzionali lungo un asse perpendicolare alle curve di livello in modo da creare due accessi a quote differenti e riducendo al minimo le operazioni di sbancamento. Seguendo l’andamento del suolo, l’edificio presenta ingressi differenziati, quello superiore per l’accesso dei mezzi pesanti, quello inferiore per il personale e per il pubblico.

  

Il terreno scelto, degradato perché originariamente usato come deposito di detriti, viene connesso alla strada nazionale recuperando un vecchio tracciato stradale, in parte lastricato ed in parte asfaltato e riducendo al minimo gli interventi per la nuova viabilità. Seguendo la logica dell’economia di mezzi, il sistema costruttivo usato è anch’esso semplice, pareti portanti in cemento armato e travi in precompresso per grandi luci; le finiture sono essenziali: le superfici esterne in mattoni dipinti di bianco e intonaco, le pareti interne in cemento faccia a vista e i pavimenti, anch’essi in cemento, coperti di resina epossidica.

Questa costruzione, caratterizzata da grande parsimonia espressiva, presenta però tutti gli elementi che la rendono riconoscibile come architettura “siziana”, dalla pensilina che risvolta, lasciando intravedere, come da una feritoia, una parte di paesaggio al modo in cui l’edificio si relaziona con il paesaggio, non rinunciando mai alla forma architettonica ma, utilizzandola per esaltare la realtà.

cantina di Rocca di Frassinello by Renzo Piano

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Rocca di Frassinello, cantina d’autore, opera di 7.500  mq, ha pareti di cemento armato a vista, casseri di legno di betulla, un grande spazio per convegni, concerti ed eventi. Sotto il grande anfiteatro a gradoni, al centro della cantina, la barricaia, con oltre 2.500 barrique di rovere, che viene illuminata da un raggio di sole «catturato» da una torre soprastante il sagrato e riflesso da una serie di specchi.

La cantina disegnata da Piano,  inserita nel paesaggio, “con soluzioni d’avanguardia pensando alla tradizione”, consta di sue livelli interrati. La struttura ideata da Piano ospiterà l’intero processo produttivo vitivinicolo dell’azienda, con la cantina, il reparto invecchiamento, le aree adibite alla lavorazione, le sale di degustazione oltre agli alloggi per i trenta dipendenti previsti.Non pensata come un monumento bensì come una «nobilissima fabbrica del vino» nella cantina  si è scelto di usare solo la forza di gravità (e non le pompe meccaniche) per muovere il vino. Racconta l’architetto: «È stato immediato capire che era la sommità della collina il posto giusto dove realizzare la struttura: prendere la collina, scavarci dentro la cantina, farci sopra una piattaforma che fosse più o meno come un altopiano dal quale si potesse vedere il paesaggio straordinario. È un edificio che più semplice non si può immaginare».

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