Archivio per la categoria '00_sull'architettura...'

LA VIA DEL MATTONE

PERSITO

di Bernardo Iovene
Domenica 11 ottobre 2009 alle 21.30

Le norme edilizie in Italia sono le più restrittive d’Europa, eppure in nessun paese europeo è possibile costruire abusivamente interi quartieri come da noi. La prima inchiesta di Report, in onda domenica 11 ottobre alle ore 21.30 su Raitre, entrerà nei meandri della burocrazia in cui si perde chi vuole costruire o ristrutturare seguendo le regole. In Italia, per una semplice ristrutturazione interna serve quasi 1 anno di tempo per tutti i permessi e circa 5.000 euro tra oneri e bolli, mentre un appartamento in Germania è condizionato al rilascio di permessi solo per le altezze, il tetto e i muri esterni. Il regolamento edilizio tedesco è raccolto in 3 paginette, quello italiano in 3 libri. Gli abusi in Germania sono rarissimi… L’inchiesta di Bernardo Iovene analizza poi cosa succede in Italia ad una costruzione abusiva, seguendo tutti i passaggi e i costi che vanno dal sequestro fino alla demolizione e illustrando le situazioni in cui invece si applica il condono. Il nuovo piano casa, che prevedeva una semplificazione delle procedure statali 10 giorni dopo la firma dell’accordo con le regioni, ad oggi ancora non c’è. L’inchiesta propone un esempio di come sia possibile – nel caso di nuovi insediamenti dentro le città – snellire le procedure e assumere le decisioni in tempi brevi, con soddisfazione di tutti i soggetti coinvolti. L’esempio è quello dei “Laboratori di Urbanistica Partecipata” di Bologna, dove a progettare il futuro sono gli stessi abitanti dei quartieri. Nel corso della puntata si analizza anche cosa succede quando per costruire c’è bisogno dell’approvazione di più enti, specialmente per le opere pubbliche. Bernardo Iovene ha seguito infatti il percorso burocratico del progetto di ricostruzione del ponte crollato sul Po a Piacenza, che ha richiesto il parere di 18 enti, ognuno con competenze diverse.

per informazioni:

  http://www.report.rai.it/R2_HPprogramma/0,,243,00.html

the house of the future

 

La casa del futuro alla fine degli anni 50, quando la plastica era il materiale innovativo per eccellenza e la Monsanto un petrolchimico che non si occupava della produzione di concimi e di sementi OGM.

Un mondo pieno di sogni e di speranze per il futuro, senza la minima idea dell’impatto sull’ecosistema planetario.

Z AM park cafè

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I progettisti  del gruppo Ae kae hanno completato gli interni del caffè Z AM park a Zurigo. Riutilizzando i vecchi arredi (la pavimentazione in parquet in quercia è stata usata per il bancone, le vecchie tende sono state utilizzate per la tappezzeria, e una lampada modulare d’annata rimessa al duo posto) il gruppo ha inteso rinnovare l’immagine del locale nel rispetto della tradizione.

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Le sedie del caffè sono state riadattate da vari artisti e designer. Saranno utilizzate nel caffè per tre mesi prima della vendita all’asta e sostituite da un nuovo insieme di sedie, progettate da un altro gruppo di artisti. La posizione nel parco offre inoltre la piacevole vista degli alberi e dunque i colori usati sono volutamente neutri così da non distrarre lo sguardo.

Ispirandosi ai classici parc-café francesi, che vengono reinterpreti in chiave moderna, l’obiettivo principale del progetto è di generare uno spazio poco pretenzioso e rilassante che unisca assieme e senza traumi il vecchio ed il nuovo. Si Serve un caffè eccezionale e, sul piccolo ma piacevole menu, sono presenti bevande e piatti speciali per la colazione, che cambiano settimanalmente.

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La prima asta delle sedie d’autore avverrà il ventiquattro di ottobre, con le opere di

  • Christophe Marchand/Lehmann
  • Annina Gaehwiler/Tina Stieger
  • Fritture & Zumbühl
  • Andreas Bechtiger
  • Schwärzler

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WS09

workshop di progettazione

Sono stata un po’ assente in quest’ultimo periodo perchè impegnata all’interno di uno dei laboratori di progettazione del workshop 09 tenuto allo IUAV di Venezia  dal 30 giugno al 17 luglio.

Il tema del laboratorio: Terrae vs Motus

progetti per Goriano Sicoli (AQ)

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TERRAE-MOTUS
architetture elementari per ambienti trasformabili
Carmen Andriani

Tutors: Cecilia Anselmi, Barbara Falcone, Marco Pietrolucci, Francesca Pignatelli, Chiara Rizzi, Sandro Zivelli
Collaboratori: Sara Racanelli
Ospiti: Paola Misino, Sara Sigismondi, Collettivo99

Il programma di lavoro del laboratorio si inquadra nell’ambito degli obiettivi di ricerca applicata e sperimentale che la rete intersede RITSS ( Rete Interfacoltà Terremoti e Sviluppo Sostenibile) ha posto con urgenza, e con la finalità di potenziare competenze e strategie progettuali in concomitanza di eventi sismici, quale il recente terremoto che ha colpito l’Abruzzo.
Il workshop veneziano sarà dunque un’occasione di sperimentare tecniche e tipologie insediative
necessarie a far fronte ad eventi di questo tipo, ma anche a sviluppare conoscenza e sperimentazione per altre situazioni di emergenza purtroppo sempre sempre più diffuse (rischi sismici ed idrogeologici, situazioni di conflitto, centri di prima accoglienza di flussi migratori, ecc)

http://laboratorio09.wordpress.com/carmen-andriani/

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il grande plastico e uno dei suoi autori

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allestimento

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gruppi di lavoro

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progetti per Goriano Sicoli

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gruppi di lavoro

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progetti per Goriano Sicoli

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stanchi ma contenti

green house

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Il progetto sostenibile ” the green house of the future” dello studio Rios Clementi Hale Studios presenta un design che punta a massimizzare la produzione alimentare unita all’architettura.

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La facciata di tre piani, è completamente ricoperta con un giardino verticale che comprende un orto dove si possono coltivare una grande varietà di frutta e vegetali : dai ceci, ai pomodori, fino alle piante di tè verde. L’utilizzo di una copertura verde come questa è in grado di nutrire gli abitanti della casa e fornire ombra e raffreddamento all’edificio. 

Ma il giardino verticale e l’orto non sono gli unici aspetti da tenere in considerazione in questo progetto.  La green house of the future, è adatta ad essere realizzata in aree urbane ad alta densità abitativa grazie ai sistemi studiati per ridurre al massimo il consumo energetico. Un serbatoio d’acqua sul tetto la raccoglie e la conserva fresca per essere utilizzata nell’intero edificio mentre miniturbine eoliche ad asse verticale generano energia.

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Utilizzando una “tenda fotovoltaica” è possibile produrre energia elettrica ma anche fornire un’area ombreggiata e regolabile anche per consentire una ventilazione naturale trasversale.

La casa è strutturalmente è composta da un insieme di tre container prefabbricati, accatastati l’uno sopra l’altro che possono essere spostati ed organizzati in diverse modalità. L’utilizzo di container come questi per organizzare gli spazi è un metodo già sperimentato   anche se la tendenza è quella di associare questo metodo costruttivo a realizzazioni di carattere emergenziale.

http://www.rchstudios.com/

Devo ammettere di essere un po’ stanca di vedere progetti che usano i container.  Non mi vergogno di essere stata promotrice tra gli studenti dell’uso dei container, in quanto oggetto interessante e non solo per la sua trasportabilità. Da un po’ di tempo, però, sembra che quella dei container sia diventata una moda dilagante,  l’unico modo per risolvere problemi di carattere compositivo-progettuale. 

Francamente non ritengo che l’uso e, a volte l’abuso, di questo elemento strappato all’industria trasportistica, sia sempre la soluzione ottimale. Le caratteristiche peculiari del container, trasportabilità, modificabilità, smontabilità, non possono essere la panacea per riempire un vuoto di idee o peggio per nascondere l’esistenza di problemi progettuali.

per una cina sostenibile

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Nell’era della globalizzazione e dell’espansione dell’agricoltura urbana, gli architetti israeliani Knafo-Klimor offrono una nuova visione  dei problemi legati all’urbanizzazione caotica. Il concetto dell’Agrohausing offre una soluzione moderna all’abitazione,  integrando le pratiche verdi della costruzione, ai principi  di sviluppo tradizionali per generare una comunità urbana sostenibile all’interno delle metropoli  cinesi. L’urbanizzazione crescente delle megalopoli cinesi rischia, da un lato, di separare  comunità,  dall’altro di esaurire rapidamente le risorse naturali aumentando  l’inquinamento del terreno e dell’aria.

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L’Agrohousing affronta queste statistiche incombenti con un complesso di abitazioni all’interno di  un grattacielo che incorpora in se una serra verticale, generando così, appartamenti  che permettono alle famiglie di coltivare i loro propri prodotti organici.

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Gli spazi comuni, presenti all’interno dell’edificio, comprendono un asilo al pianterreno, un club sul tetto verde e una serie di spazi flessibili per le riunioni professionali e  riunioni informali.

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l’agrohousing contiene in se diverse tecniche di costruzione eco-sostenibili: giardini che riducono l’anidride carbonica e forniscono il raffrescaamento naturale, irrigazione  dello schermo verticale a goccia,  riutilizzo delle acque grigie riciclate e usate per l’irrigazione degli orti e dei  giardini.

I materiali utilizzati per la pavimentazione sono riciclati ed è presente un ampio parcheggio per le biciclette  nella stessa tonalità dell’edificio. I benefici diretti per gli abitanti consisteranno in una maggior libertà di movimento, nel miglioramento della salute, nella possibilità di usufruire di un reddito supplementare, così come la generazione di senso di comunità e la conservazione delle tradizioni rurali.

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La struttura principale dell’agrohousing è in acciaio ed è installato in loco. L’acciaio,  l’alluminio, il vetro e la terracotta usati nella costruzione sono materiali riciclabili nel caso in cui l’edificio vinisse abattuto.

Il costo di costruzione è valutato a circa €200 per metro quadro.

per informazioni: http://kkarc.com/default.aspx

vertical farm a new york

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Nel mondo dei fast food e dei cibi pronti è sempre più vivo l’interesse per un ritorno della campagna all’interno delle città. L’agricoltura urbana della comunità  è in grado di contribuire alla durevolezza della città e di ripensare la produzione alimentare.
Sui tetti, sui terrazzi,  sui balconi, nellè cavità degli spazi pubblici non-costruiti,  nelle serre sospese, un eco-guerriero aspira fuoriuscire dal relativo universo competitivo e consumeristico imposto dalle leggi del mercato. Vuole coltivare il relativo paesaggio immediato in modo da migliorarlo generando una propria biodiversità ecologica ed alimentare. Il consumatore diventa da quel momento in poi produttore e l’abitante del giardino! Una grande ala di libellula, questo è il progetto  per una nuova azienda agricola sull’isola del Roosevelt a New York City dell’architetto belga Vincent Callebaut.

L’agricoltura urbana è oggi una tendenza relativamente crescente fra i cittadini delle metropoli e , in questo progetto si intende facilitare o risolvere  i problemi legati alla distanza dai campi coltivati, ricollegando così  consumatori e produttori. Nelle sue enormi dimensioni, questa vertical farm può contenere circa 28 campi agricoli  per la produzione di frutta e verdura oltre che dei campi di grano, e degli allevamenti di animali per la produzione di carne  latte.

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Negli uffici di questa utopistica infrastruttura, i laboratori di ricerca e l’alloggiamento e le zone comunali sono sparpagliati fra i frutteti, le aziende agricole e le stanze di produzione. Gli spazi fra le ali sono invece destinati all’ccumulo dell’energia solare che scalda l’aria presente nell’eso-struttura dell’edificio  in modo da ottenere, una volta raffreddatasi l’aria,  una sorta di ventilazione naturale, e facilitare così l’evapo-traspirazione dalle piante. I giardini verticali esterni filtrano l’acqua piovana  che viene trattata organicamente prima di essere riciclata per l’uso dell’azienda agricola in modo da conservare e azoto di distribuzione, fosforo e potassio. Una combinazione di energia eolica e solare, fa si che il progetto della libellula sia autosufficiente al 100%.

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http://vincent.callebaut.org/

cooperativa vinicola | lacaton & vassal

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La coperativa vinicola costituisce, più ancora della chiesa o del municipio, un vero e proprio monumento nel piccolo villaggio agricolo (140 abitanti) di Embres et Castelmaure. Il progetto per l’ampliamento della coperativa vinicola, affidato a Lacaton & Vassal rappresenta, oltre all’opportunita di estendere la rete di relazioni tra il villaggio e la coperativa, soprattutto la possibilità di riqualificare il territorio.

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Il nuovo edificio in acciaio e lamiera metallica grecata (materiali molto usati dai due progettisti per il suo costo contenuto e per la molteplicità d’uso a cui si prestano), si affianca  al piccolo edificio esistente adagiandosi morbidamente lungo il declivio della collina. Lo spazio, creato dalla disposizione dei due edifici sul suolo, protegge un piccolo sito archeologico, la pelle di alluminio che riveste l’edificio, riflette gran parte dei raggi del sole evitando il surriscaldamento dell’edificio.

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progetto del 2007

…da Stefano Boeri

Terremoto Abruzzo

Quelle case moderne ma di sabbia

Già sulla La Stampa di mercoledì 08/04/2009

 

Ci sono intere parti delle nostre città da rottamare. Case, scuole, ospedali, carceri così intimamente fragili nelle strutture da essere esposti anche ai movimenti tellurici meno intensi. Ma c’è di più: la tragedia di questi giorni ci dice con una crudele evidenza che queste porzioni “deboli” delle nostre città non corrispondono necessariamente alle loro zone più antiche: ai centri storici medioevali o alle estensioni rinascimentali; e neppure alle zone residenziali ottocentesche o alle urbanizzazioni del ventennio fascista. A crollare su sé stessi, a implodere come gusci vuoti, sono spesso edifici costruiti negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso. E sono troppo spesso edifici pubblici, servizi collettivi, luoghi di lavoro e di sosta abitati simultaneamente -anche nelle ore notturne- da decine e centinaia di individui. Il terremoto di questi giorni ci racconta crudelmente di un territorio che anche nei crolli -non solo nelle edificazioni- mette in scena le ombre e le meschinità della nostra storia. Ci dice di edifici costruiti in fretta e al risparmio, cercando di usare meno ferro possibile, e un calcestruzzo ricco di sabbia e povero di cemento. Di imprese edili irresponsabili e di una committenza pubblica già allora priva di scrupoli e di rigore, oltre che di norme capaci di fissare dei requisiti minimi di resistenza strutturale. Di almeno due decenni di un’edilizia ebbra di velocità e potenza muscolare, di architetture arroganti nelle facciate e fragilissime nelle strutture portanti. Ma è bene dirci che la tragica rottamazione spontanea di questi giorni è anche una paradossale caricatura delle ipotesi di demolizione e sostituzione degli edifici “non sostenibili” introdotte dal Piano Casa proposto dal Governo. Anche per questo, la tragedia dell’Abruzzo non deve restare senza risposte adeguate, come troppo spesso è accaduto in un passato anche recente. Il fatto è che siamo schiavi di una politica del territorio che alterna zone di vincolo apodittico ad altre di totale libertà di movimento e che non riesce ad accettare l’idea di una modernizzazione spinta e insieme rigorosa. Eppure è proprio di questo che avremmo bisogno, oggi. Di una mobilitazione delle risorse diffuse della nostra società che non diventi necessariamente assenza di regole condivise. Di politiche che normino con forza i requisiti delle costruzioni edili e che lascino invece più libertà nelle destinazioni d’uso e nelle possibilità di crescita su sé stessi degli edifici. Avremmo estremo bisogno di una legge che consideri il rischio sismico un fattore territoriale per incentivare le opere di demolizione e sostituzione edilizia, attraverso meccanismi fiscali o premi volumetrici. E di una grande campagna di monitorizzazione dell’edilizia pubblica e privata realizzata nel secondo dopoguerra italiano che mobiliti proprio quelle energie molecolari – le famiglie, le piccole imprese, i professionisti- a cui giustamente si rivolge il Piano casa del governo. Perché non basta conoscere le aree a rischio sismico; dobbiamo sapere quali sono le zone urbane fragili, e quali sono gli edifici più esposti. Abbiamo, in Italia, la Protezione Civile più efficiente, generosa, rapida del mondo, ma ci manca l’idea di una emergenza costante. Quel tipo di emergenza che deriva da decenni di incuria e superficialità; quel tipo di emergenza che non riguarda il come rispondere a eventi sporadici ed imprevedibili, ma il come cambiare con assoluta urgenza uno stato di cose ormai insostenibile. Perché proprio questo, se permettete, è l’ultimo crudele paradosso che ci viene dall’Abruzzo: ci riempiamo tutti la bocca della parola “sostenibilità” senza accorgerci delle migliaia di costruzioni che, attorno a noi, non si sostengono più da sole. www.lastampa.it

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