“Una cosa che nell’architettura mi impressiona molto è lo spreco” ha avuto modo di affermare Alvaro Siza in molte interviste, e la parola d’ordine di questo progetto è senz’altro “economia di mezzi”. Il progetto si localizza su un terrapieno con una lieve depressione, disponendo le diverse aree funzionali lungo un asse perpendicolare alle curve di livello in modo da creare due accessi a quote differenti e riducendo al minimo le operazioni di sbancamento. Seguendo l’andamento del suolo, l’edificio presenta ingressi differenziati, quello superiore per l’accesso dei mezzi pesanti, quello inferiore per il personale e per il pubblico.
Il terreno scelto, degradato perché originariamente usato come deposito di detriti, viene connesso alla strada nazionale recuperando un vecchio tracciato stradale, in parte lastricato ed in parte asfaltato e riducendo al minimo gli interventi per la nuova viabilità. Seguendo la logica dell’economia di mezzi, il sistema costruttivo usato è anch’esso semplice, pareti portanti in cemento armato e travi in precompresso per grandi luci; le finiture sono essenziali: le superfici esterne in mattoni dipinti di bianco e intonaco, le pareti interne in cemento faccia a vista e i pavimenti, anch’essi in cemento, coperti di resina epossidica.
Questa costruzione, caratterizzata da grande parsimonia espressiva, presenta però tutti gli elementi che la rendono riconoscibile come architettura “siziana”, dalla pensilina che risvolta, lasciando intravedere, come da una feritoia, una parte di paesaggio al modo in cui l’edificio si relaziona con il paesaggio, non rinunciando mai alla forma architettonica ma, utilizzandola per esaltare la realtà.




































