Archivio per Febbraio 2009

Cantine Antinori

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Fra Firenze e Siena, su uno dei preziosi rilievi del Chianti, in un’area caratterizzata dall’andamento lieve di innumerevoli curve di livello, vengono praticate due incisioni orizzontali di estrema precisione chirurgica. Questo, in  sintesi è in concept del progetto delle cantine Antinori, nato dalla collaborazione tra Marco Casamonti e lo Studio Archea di Firenze.  La scelta di realizzare un complesso completamente ipogeo, è stata giudicata “tecnicamente” la più idonea per una migliore maturazione del vino. La grande dimensione dell’impianto, nascosta dal terreno, inoltre, riduce al minimo il danno visivo al paesaggio circostante.

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Dietro l’apertura posta al piano inferiore si sviluppano non solo le strutture preposte alla produzione vinicola ma anche un auditorium, un ristorante, un asilo, una biblioteca , degli uffici ed i parcheggi. All’interno degli spazi per uffici sono situate piccole corti illuminate da bolle in vetro che creano una luce mordida e calda, riflettendosi sulle pareti in mattone. La copertura aggettante verso l’esterno, caratterizzata dalla presenza della grande scala elicoidale, è sorretta da colonne fusiformi e bucata da aperture tondeggianti. Nella zona retrostante, la più buia del complesso, è stato collocato il nucleo centrale dell’intero organismo: un ambiente contrassegnato dalla sequenza di volte e navate irregolari rivestite in mattoni, che ricordano molto da vicino le più ardite realizzazioni dell’ingegnere uruguaiano Eladio Dieste.

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Church of Christ the Worker, Atlantida, Uruguay, 1958-60

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Ideata per ospitare numerose barrique per l’invecchiamento, questa zona, invisibile dall’esterno, ma visitabile grazie ad un percorso espositivo, richiama una certa dimensione sacrale e mistica presente da sempre nella produzione del vino; la sua illuminazione prevede alcune aperture sapientemente posizionate sulle volte irregolari così da irradiare una luce soffusa dentro l’oscurità della cantina.

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United Bottle

lo scorso anno dal team di architetti svizzeri Instant (Dirk Hebel e Jörg Stollmann) hanno lanciato l’idea di usare bottiglie di plastica come fossero moduli prefabbricati per realizzare rifugi d’emergenza. questa idea è stata premiata con il reddot design award.

Il principio alla base del progetto è semplice: riutilizzare i circa 50 miliardi  bottiglie d’acqua che, ogni anno vengono trasportate insieme agli aiuti umanitari nei luoghi colpiti da calamità naturali o in zone di conflitto, come mattoni per costruire abitazioni temporanee.

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Questa operazione di riciclo permetterbbe di ridurre di circa il 90% la quota di PET rilasciata, come rifiuto, nell’ambiente. Prendendo in considerazione la crescente scarsità di risorse, il progetto United Bottle suggerisce circuiti alternativi di riciclo, ed è proprio questa intersezione tra circuiti locali e globali del riciclo è alla base del progetto United Bottle. 

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Lo scorso aprile, invitati dal Van Alen Institute di New York, Hebel e Stollmann hanno chiesto a 25 colleghi di ampliare la gamma di applicazione del progetto. Eterogenei e sorprendenti i risultati: dalla passerella temporanea e luminosa per improbabili sfilate urbane del designer svizzero Rainer Hehl all’atlante che raccoglie i molteplici utilizzi di una bottiglia in plastica a uso e consumo di architetti, designer, artisti ideato dall’Atelier Seraji di Parigi; dalle scenografiche colonne luminose dei newyorkesi Lot-Ek alla collezione di mezzi galleggianti (dal materassino singolo all’ospedale galleggiante) della progettista elvetica Deane Simpson.

per infermazioni:  http://www.instant-arch.net/start.php

il fantastico mondo dei bento

Visto che il Giappone è al primo posto delle cronache pescaresi, voglio soffermarmi ancora su questo paese ricco di curiosità e presentare, a chi non li conoscesse, i bento.

I bento fanno la loro comparsa in Giappone intorno al V secolo.

Erano usati dai cacciatori, dai contadini, dai pescatori o altre classi di persone che per lavoro non potevano tornare a casa per mangiare; di norma contenevano sempre riso che era il cibo più economico e più nutriente ma anche verdure e sopratutto patate, anche se il menù variava nelle diverse regioni. La parola BENTO pare risalga al 1600 e precisamente a un comandante militare di nome Oda Nobunaga (1534-1582) il quale sfamava la gente del suo castello dandogli porzioni individuali, la parola BENTO serviva ad indicare il semplice pasto che lui distribuiva. Durante il periodo Edo (1603-1868) il bento assurse a naturale compagno di escurioni o cestino da portare a teatro. Il makunouchi bento, che conteneva palline di riso misto a furikake e semi di sesamo e un ricco assortimento di contorni, fece la sua comparsa proprio in questo periodo.
La parola makinouchi si riferisce proprio al intervallo tra gli atti durante i quali gli spettatori potevano mangiare. Durante questo periodo, molti ricchi mercanti presero l
abitudine di impacchettare i loro pasti in scatole a più di un piano e a disporle secondo un preciso gusto estetico per quando andavano a teatro o alla o-hanami (la fioritura dei ciliegi), così che da questo momento in poi i bento serviti per occasioni speciali vennero preparati e impacchettati in forme molto sofisticate.

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Nel Giappone odierno, il bento è un pranzo “al sacco” che le premurose mogli, madri o fidanzate preparano ai loro mariti, figli e fidanzati che non hanno il tempo di tornare a casa per il pranzo. Preparare il bento è un gesto di amore, affetto ed attenzione per le persone, la stessa cura ed attenzione messa nei dettagli del piatto e negli accostamenti di gusti e colori

 

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toyo ito… huge wine crack

Oggi pomeriggio giovanni ed io ci siamo fatti un giro in centro per renderci conto personalmente delle condizioni della scultura multimilionaria di Toyo Ito e, caso fortuito, ci siamo trovati di fronte alle operazioni di imbracacaggio e messa in sicurezza dello huge wine glass. Domani, alla presenza dell’autore e della ditta realizzatrice, inizieranno le perizie per comprendere le cause che hanno provocato il cedimento stutturale della scultura, dopodichè, la scultura verrà rimossa lasciandoci orfani e senza nemmno un bicchiere di buon vino!!!

toyo ito… il calice infranto

Oggi intorno alle 15, un rumore simile ad un boato ha lacerato il silenzio sonnecchiante di Piazza Salotto a Pescara.

La fontana di Toyo Ito, inaugurata il 14 dicembre scorso e costata circa 1.000.000 di euro, si è vistosamente spaccata.

il fatto è recentissimo e quindi non si sono ancora analizzate le cause di tale disastroso evento. La mia teoria, per quello che può contare, è che presentando la fontana un liquido interno, questo sia aumentato di volume durante le fredde giornate passate e abbia provocato la lesione. Non so se è una teoria giusta ma, se così fosse, sarei scandalizzata del fatto che in cotanto spreco di denaro pubblico non si sia tenuto conto di un fenomeno così banale.

allego le foto scattate dal mio amico Gianluca, presente sul luogo al momento del fattaccio

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risparmiare…risparmiare

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Esperimento impaccante di Petar Pavlov

L’idea alla base di questo progetto è  quella di creare un packaging trasparente in cui sia il prodotto stesso a comunicare il suo nome.

Questa operazione, nel caso del cioccolato (non a caso è stato scelto questo alimento) è molto semplice, soprattutto tenuto conto delle nuove tecniche di stampaggio delle praline e dei cioccolatini prodotti industrialmente.

Per altri alimenti (ad esempio la pasta) il procedimento non risulta altrettanto immediato…

Comunque è un’idea interessante poiche aiuta a risparmiare (ad esempio la carta dell’etichetta) e, se realizzata in eco-plastica, protegge anche l’ambiente.

 

rapporti protetti!?

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Provocazione artistica o strumento di prevenzione-protezione? I Finger dip del duo italiano Eleonora Barbareschi e Alessandra Mantovani, sono igienici, monouso, e colorati, venduti in una confezione in plastica,  ideali in viaggio o quando non ci sia la possibilità di lavarsi le mani né si trovino utensili da cucina nelle vicinanze. 

Una sorta di preservativi per le dita dunque. Dei preservativi riprendono infatti l’atto istintivo nell’uomo a proteggersi dalle contaminazioni esterne in una sorta di “rapporto protetto” con il cibo.

Global Street Food a Passagen

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Una installazione di Mike Meiré

Una delle installazioni più interessanti di Dornbracht. „Global Street Food“ si dedica al fascino delle cucine improvvisate messe in scena pubblicamente, in strada appunto. Diversi sono i livelli di lettura, diverse i significati che si possono cogliere osservando tali  sculture stradali: stazioni urbane fast-Food provvisori, rappresentazioni del perenne conflitto fra dilettantismo pragmatico e complessità in spazi ristretti.

Mike Meiré presenta nel White Cube una varietà di oggetti di cucina da strada composti da diversi elementi provenienti da varie parti del mondo. Questa esposizione raffigura la qualità scultorea di oggetti autentici nella loro identità culturale. La deconstestualizzazione, messa in atto nell’esposizione, evidenzia i diversi aspetti di cui è composta la street kitchen: i materiali, le sue origini, e il modo di comunicare.

La cucina, luogo della dinamicità sociale e della trasformazione, rappresenta una sorta di organismo vitale. La miniaturizzazione, la polverizzazione dei suoi componenti, il raggruppamento di aspetti completamente differenti, apre una nuova strada che permette l’immaginazione di altri processi.

 

Per informazioni:   www.dornbracht.com

 

 

a cimma

Preghiera ed esorcismo contro le streghe, di un cuoco ottocentesco alle prese con la realizzazione di un piatto elaborato, la cimma appunto.

Ricetta in musica e sottile satira sociale, tutto in questa splendida canzone di Fabrizio de Andrè di cui riporto il testo in genovese e la traduzione in italiano.

(La cima)

Ti t’adesciàe ‘nsce l’èndegu du matin
ch’à luxe a l’à ‘n pè ‘n tera e l’àtru in mà

Ti sveglierai sull’indaco del mattino
quando la luce ha un piede in terra e l’ altro in mare

ti t’ammiàe a ou spègiu dà ruzà
ti mettiàe ou brùgu rèdennu’nte ‘n cantùn

ti guarderai allo specchio di un tegamino
metterai la scopa dritta in un angolo

che se d’à cappa a sgùggia ‘n cuxin-a stria
a xeùa de cuntà ‘e pàgge che ghe sùn
‘a cimma a l’è za pinn-a a l’è za cùxia

che se dalla cappa scivola in cucina la strega
a forza di contare le paglie che ci sono
la cima è già piena è già cucita

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura

Bell’oueggè strapunta de tùttu bun
prima de battezàlu ‘ntou prebuggiun

Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
prima di battezzarla nelle erbe aromatiche

cun dui aguggiuìn dritu ‘n pùnta de pè
da sùrvia ‘n zù fitu ti ‘a punziggè
àia de lùn-a vègia de ciaèu de nègia

con due grossi aghi dritti in punta di piedi
da sopra a sotto svelto la pungerai
aria di luna vecchia di chiarore di nebbia

ch’ou cègu ou pèrde ‘a tèsta l’àse ou sentè
oudù de mà misciòu de pèrsa lègia
cos’àtru fa cos’àtru dàghe a ou cè

che il chierico perde la testa e l’asino il sentiero
odore di mare mescolato a maggiorana leggera
cos’altro fare cos’altro dare al cielo

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera

nu turnà dùa
e ‘nt’ou nùme de Maria

non ritornare dura
e nel nome di Maria

tùtti diài da sta pùgnatta
anène via

tutti i diavoli da questa pentola
andate via

Poi vegnan a pigiàtela i càmè
te lascian tùttu ou fùmmu d’ou toèu mestè

Poi vengono a prendertela i camerieri
ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere

tucca a ou fantin à prima coutelà
mangè mangè nu sèi chi ve mangià

tocca allo scapolo la prima coltellata
mangiate mangiate non sapete chi vi mangerà

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa
e ‘nt’ou nùme de Maria
tùtti diài da sta pùgnatta
anène via.

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via

a cimma la ricetta

riporto quì la ricetta
8755429

 

 

 

Cima alla genovese

Ingredienti per 6 persone:
1 Kg. pancia di vitello, tagliata in un solo pezzo sottile, cucita poi a sacco con apertura da una sola parte,

100 gr. di carne di vitello
50 gr. di tettina di vitello
50 gr. di cervella di vitello
1 animella
1 pezzo di schienale di vitello
30 gr. di burro
pinoli q.b.
1 spicchio d’aglio
qualche ciuffo di maggiorana fresca
1 salsiccia fresca
4 uova
40 gr. di parmigiano grattuggiato
50 gr. di piselli sgranati
20 gr. di funghi secchi

½ peperone rosso tagliato a dadini piccini (serve solo per dare colore, si può sostituire con pezzetti di carciofo passati in padella, o pezzetti di carota)
1 l. di brodo vegetale
sale q.b.

Fatevi preparare una tasca con la pancia di vitello, lavartela ed asciugatela bene. Fare insaporire tutte insieme nel burro le carni; quando saranno rosolate tritate la polpa, la tettina e l’animella e tagliate a pezzetti la cervella e lo schienale.
In una ciotola mescolare le carni preparate con i piselli, lo spicchio d’aglio tritato finissimo, i pinoli, la maggiorana ed i funghi secchi precedentemente ammollati in acqua fredda, scolati e tagliuzzati.

Unirte le uova sbattute a parte, il parmigiano, le spezie e il sale.
Mescolate con cura tutti gli ingredienti per avere un composto omogeneo. Riempite con il ripieno la pancia, arrivando solo ai 2/3 della sua capacità.

Cucite bene l’apertura.
Avvolgete la cima in un telo bianco e legatelo all’estremità. Scaldate il brodo vegetale ed adagiatevi la cima. Lasciare cuocere per 3 ore con il coperchio, poi estraetela e disponetela su un tagliere ricoperto con foglio di alluminio; sovrapponete un piatto ed un peso e lasciatela raffreddare così.

Tagliatela e servitela.

 

 

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